La banalità del male

La Memoria di questa giornata non si sottrae all’essenza di ciò che la memoria è e non è: non è storia né verità assoluta, ma un atto individuale che presuppone selezione e insieme oblio, in quanto ritagliata su una identità singola, seppur di massa o istituzionalizzata. L’Italia e l’Europa ricordano: cosa ricordano? Quel lontano 27 gennaio del 1945 in cui i soldati russi aprirono i cancelli di Auschwitz e videro l’orrore. Un simbolo che per alcuni non è più sufficiente, in un epoca in cui continuano a venire ai disonori delle cronache ridicole, ma pericolose, liste di proscrizione da parte dei gruppi neonazisti che sguazzano nella rete. Non sufficiente forse, ma necessario.

E’ pur vero che la giornata della memoria così come la intendiamo – da dieci anni a questa parte – lascia ai margini il ricordo di altri nomi, nomi di campi sui quali la nostra fantasia non è in grado di speculare: Belzec (tra le 500 e le 700 mila vittime), Jasenovac (700 mila sterminati) e Chelmno (200 mila uccisi), e ignora quasi del tutto le vittime della prima fase del genocidio, i moltissimi ammazzati nei luoghi dove vivevano. Soprattutto sembra mettere a fuoco un particolare periodo storico (la fine della seconda guerra mondiale) e  un movimento politico (nazi-fascismo). Quello che sembra mettere nell’ombra è la profonda, radicata connivenza da parte di larghi strati delle popolazioni europee e dei cosiddetti intellettuali con quell’ideologia xenofoba antisemita che dall’Europa di mezzo si diffuse fino in Italia. Inoltre, riduce ad un unico momento storico quella discriminazione atavica che gli ebrei hanno sempre subìto, e che non si è modificata con l’avvento dei lumi: clero, borghesia, addirittura frange del movimento operaio internazionale. La banalità del male, quella che ha permesso al comune cittadino di indicare, di collaborare, di dire ad un altro essere umano di preparare la propria valigia e vederlo poi allontanare su un treno. La nostra mente, in questa giornata, va lì ad Auschwitz, questo nome è il catalizzatore della nostra coscienza di cittadino del terzo millennio. Ed è un bene, sia chiaro. Ma forse non basta. Questa data non appartiene alla storia dell’Italia,  non ricorda ciò che dovrebbe e cioè che la Shoà è stato un delitto anche italiano.

Ed è anche vero che il ricordo della Shoà in questa terra non è legato a questa data. In primo luogo, vi sono delle separate festività religiose ebraiche. Più di tutto, però, vi è lo straordinario e quotidiano attaccamento ad una patria di cui si è sempre stati deprivati, nonostante la cui esistenza non è ancora possibile per questa gente considerare vivere all’interno dei propri confini come un diritto acquisito e definitivo. L’esercizio della memoria è qui un implicito atto quotidiano che permea ogni gesto, anche il più stupido.  Per questo la polemica sul moltiplicarsi delle parole e commemorazioni – e il chiedersi che senso abbiano – suona un po’ sterile vista da questa prospettiva. Ricordare è quanto mai necessario, ancor di più se il ricordo non si riduce ad un carosello mediatico quanto piuttosto costituisce il motivo di fondo da cui ricostruire le proprie esistenze di esseri umani.

Ancora una volta questa prospettiva può guardarsi da posizioni speculari: c’è chi prende questa memoria e ne fa un monito universale per le crudeltà che si perpetrano al giorno d’oggi e chi invece ne fa la base per la necessità di uno stato ebraico. La prima è inevitabile: dopo tutti questi anni, ricordare il passato non può avere più senso se il ricordo non è anche una lezione sul presente e un monito sul futuro. In poche parole, ricordare per non voltare più lo sguardo, e questo vale per tutti, anche per chi una volta ha visto gli altri sguardi voltarsi. Ma anche la seconda, me ne rendo conto, è una reazione così istintiva e naturale che non faccio fatica a comprenderla. Dopo aver vissuto quegli orrori è inevitabile sviluppare una combattività per difendere la vita e identità di una terra che può finalmente dirsi propria, di cui si è sovrani. Speriamo solo che la compensazione che la storia ha da offrire non diventi cieca come la tragedia che ora la rende così necessaria.

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Categorie: Melaviv, Politica, Reporting | Lascia un commento

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