Il filo rosso

Rosso è l’orizzonte che scorgo dietro un grattacielo in embrione. Percorro Rothschild Boulevard e la strada termina in modo innaturale: la fine della strada, ma non è una fine, o almeno non quella che la nuova costruzione offrirà allo sguardo. Tra quanto tempo? Non lo so, ma se dovessi fare una stima approssimativa credo che si tratti di pochi anni, pochi mesi, forse basta alzare lo sguardo adesso e la celere produttività israeliana avrà già aggiunto un paio di piani all’edificio ancora senza nome, ancora senza utilità. Già, quale utilità? Qui la popolazione aumenta a ritmi elevati (boom!) e bisogna fare spazio, creare spazio, riempire il vuoto. Occuparlo. Ok, l’ho detto.

Quali le reali esigenze demografiche di un paese in piena corsa verso il benessere, con le sue società quotate in borsa, con le sue start-up, dove è difficile camminare per i bei viali alberati di Tel Aviv senza incontrare coppie sempre più giovani con pargoli al seguito, pargoli che verranno mandati a servire l’esercito e poi scapperanno in giro per il mondo e poi torneranno? Perché si torna sempre. In qualche modo, in un modo del tutto peculiare, tornare è un diritto. Ma è un diritto che pian piano si è trasformato in qualcos’altro a cui non so dare nome, ma che so essere animato da una profonda mancanza di criterio. Ogni pezzo della vecchia terra santa deve ritornare nelle mani giuste, le uniche legittimate, è questo quello che sembrano pensare le ali meno moderate dell’ortodossia ebraica. E allora il filo rosso di questo pomeriggio mi riporta allo Sheperd Hotel.

Situato nel quartiere Sheikh Jarrah, nella parte orientale e araba di Gerusalemme, lo Sheperd Hotel fu costruito nel 1930 e doveva servire da residenza per il Gran Mufti di Gerusalemme, la suprema autorità giuridico religiosa del popolo arabo-musulmano in Palestina. Muhammad Amīn al-Husaynī, questo il suo nome, è noto per essere stato uno dei principali nazionalisti arabi, precursore del fondamentalismo islamico e antisionista, il quale non disdegnò l’appoggio alla Germania nazista per fermare l’immigrazione ebraica tedesca durante gli anni ’30. L’hotel è sempre rimasto inabitato.

L’hotel è stato ora demolito per decisione governativa, al fine di costruire “unità abitative” per gli ebrei. La disputa è laddove l’hotel sia stato comprato dagli ebrei, se invece sia stata solo la terra ad essere acquistata rimanendo l’hotel di proprietà dei discendenti di Husseini, se la transazione sia avvenuta o se sia invece da considerare nulla per effetto di vizi di forma. A questo punto è difficile capire: come spesso succede, la realtà è narrata da opposte posizioni, le quali non consistono semplicemente in opinioni (su quelle, talvolta, si può discutere) ma in due inconciliabili modi di raccontarla.

Ora, premessa la storia travagliata di cui sopra, e accettando il fatto che Gerusalemme sia la città santa del Giudaismo, e concordando sul fatto che gli ebrei abbiano il diritto di vivere ovunque vogliano in Israele; dando per scontata, inoltre, in uno sforzo immaginativo, la volontà di un Dio che al pari di un agente immobiliare si dà da fare per popolare ogni quartiere della città santa con membri del popolo eletto, ritorna la domanda di cui sopra: quale utilità? Se l’unica preoccupazione di un ebreo israeliano è l’acquisizione di ogni centimetro quadrato della Israele biblica, allora l’utilità è massima. Ma se gli interessi di questa persona si estendono alla pace, alla possibilità che un altro popolo meriti uno Stato in cui vivere, alla possibilità di poter continuare a chiamare democratico questo Stato, allora ciò che sta accadendo è perfettamente inutile e dannoso.

Andar contro questo tipo di politiche (auto-lesioniste in ultima istanza, perché minano la credibilità del paese a livello internazionale) può essere considerata una posizione che va contro l’interesse dello Stato, una posizione sovvenzionata dagli stati nemici e in quanto tale meritevole di essere trattata come Hezbollah? E’ questo quello che è stato affermato durante le manifestazioni pacifiste della scorsa settimana a Tel Aviv. La Knesset ha deciso di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta per indagare sulle attività di gruppi di sinistra “e sul contributo che danno alla campagna di delegittimazione contro Israele”. Sembra che non sia più possibile, in questo luogo, essere di sinistra, e sembra che lo stesso partito laburista stia implodendo. Quei cittadini che manifestavano contro il razzismo, per i valori democratici e per la fine dell’occupazione sono destinati a rimanere senza voce (mi ricorda qualcosa).

Il rosso svanisce lasciando posto al grigio delle nuvole. Il rosso indica a tutti lo stop: avanti non si può andare. Sarebbe consolatorio pensare al verde di quella linea tracciata nel 1948 per indicare la possibile coesistenza di due popoli e due stati. Nonostante tutto, questa è l’unica soluzione possibile, e il ritardo con cui ce ne si accorge spiega gran parte delle tensioni che si vivono in questo pezzo di mondo.

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