Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera

Tornare in un luogo in cui sei straniero ti rende straniero il doppio o ti rende straniero la metà? Il ritorno moltiplica lo spaesamento o ne riduce gli effetti?

Talvolta ho la sensazione che sia vera la prima impressione, che cioè tutto quello che è cambiato durante il tempo della mia assenza – relativamente poco – sia in realtà soggettivamente enorme per me. La città respira con un ritmo diverso. Uno strano inverno è giunto inaspettato, un inverno mite e pacioso paragonato a quello italico, ma che eppure risulta più rigido: più che mancare le coperte a dare calore, mancano le persone. Lo scenario è mutato in pochi giorni. Le persone si stringono nei cappotti e sui selciati ci sono foglie del colore dell’ambra, un vento impenitente sferza gli alberi implacabilmente nudi, i cani sonnecchiano e cercano riparo, al mercato sembrano tutti urlare di meno. Cambiano le tonalità: i chioschi della vita notturna sono chiusi, luci fioche a far capolino si intravedono tra le serrande, un grigio nuvolone compatto si profila instancabile all’orizzonte e un’aria sonnacchiosa si impossessa di tutte le cose. I rumori, anche quelli diversi: stridore di pneumatici sul bagnato, scrosci improvvisi, musica attutita dagli abitacoli delle macchine coi finestrini chiusi e appannati. Sarà l’inverno travestito da autunno che mi rende più straniero, o forse la città meno ospitale e aperta o evasiva e meno disponibile come una donna col mal di testa, o forse è altro? E’ altro, senza dubbio.

Non ti rendi conto del tempo che passa se non c’è una stagione che volge al termine.

Ma poi tutto ad un tratto pensieri e movimenti nascono con un automatismo, ci si ritrova alla fine dell’ipnosi, uno schiocco di dita e ci si guarda intorno, meravigliati, quanta strada che si è fatta, e dov’era rivolto  il nostro sguardo, dov’era che volevamo andare, e poi ti sovviene che l’unica differenza tra un sogno e una follia è che solo quando pensi che quest’ultima sia realizzabile allora cominci a sognare davvero, chi l’ha detto, proprio non lo ricordi, forse è un pensiero della tua vita non vissuta che avevi dimenticato di vivere, un’inesistente scivolare verso un tepore senza tempo, senza luogo, ma non avevi detto di voler smettere? sì, ma ricordo anche che non hai mai preso in considerazione la possibilità di non ricominciare. Ricominciamo.

Altre volte accade che ciò che prima era del tutto estraneo ora appartiene al tuo immaginario. Riconosci luoghi, volti, odori, ti abitui al mutare repentino delle nuvole che improvvisamente fanno largo al caldo e alla luce. Qualcuno in un negozio mi saluta, era l’accenno di un sorriso, quello? Noto un tizio in bicicletta con una barba da santone indiano, aria spaesata e andatura zigzagante, e ricordo che forse una volta l’ho battuto a scacchi, o forse lui ha battuto me, o è soltanto la necessità di rivedere un volto amico, qualcuno con il quale parlare e condividere pensieri senza senso e che ti ricordi che sei già passato di qui. Il gattino che si nasconde dietro l’oblò del piano ammezzato sembra cresciuto e sembra non soffrire il freddo.

La lontananza può essere delle anime o dei corpi. A volte le due necessità si sovrappongono, altre invece è solo una a prevalere sull’altra. Più spesso, l’abitudine mette la parola fine a tutte le speculazioni filosofiche: a quale nuovo inizio non ci si abitua? Abitudini che vanno in frammenti, frammenti che si cristallizzano in nuove abitudini. Fino alla prossima fine. E a quale fine non ci si abitua?

Resto solo, in questo modo imparo a condividere. L’aria è fredda e pungente, ma il sorriso della luna si fa inaspettatamente più ampio. Le nuvole si sono diradate, le stelle non si vedono ma si immagina una vita laggiù da qualche parte, si immaginano tutte le cose del mondo. Domani sarà ancora inverno, ma sarà una bella giornata.

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Categorie: Melaviv | Tag: , , , | 3 commenti

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3 pensieri su “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera

  1. vania

    I luoghi sono solo luoghi, amico mio. Sono le persone che li cambiano. Potrai guardare la stessa cosa, lo stesso albero, lo stesso negozio, lo stesso panorama che vedi dalla tua finestra mille milioni di volte….stai certo che ogni volta ti appariranno in modo diverso. Ma non è il resto ad essere cambiato..sono i tuoi mutevoli stati d’animo a donarti occhi diversi con cui guardare il mondo. D’altronde il mondo che ti piace, che ti è sempre piaciuto, è questo qui…nelle sue molteplici sfumature emozionali. E’ bello quello che scrivi. Mi sembra di sentire i miei vecchi pensieri lisboeti. 🙂 Ti abbraccio Ale. V.

  2. Gennaro

    Ciao Dj,
    quante verità nel tuo testo…
    I miei complimenti per lo stile e un arrivederci alla prossima 😉
    Gen

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