Back to the wall

C’era una volta il muro di Berlino. Era questo l’incipit che avevo in mente qualche giorno fa, quando, di ritorno da Betlemme, avevo in mente di raccontare quello che avevo visto spostandomi di pochi chilometri all’interno di quella che dovrebbe essere considerata la terra di tutti, e che invece non è. Quella terra che ho visto non è di tutti, appartiene ad una minoranza che è religiosa, economica, etnica, minoranza sociale in senso lato. Dall’altra parte della barricata c’è un altro mondo, si parla una lingua diversa, i volti sono differenti. Mi verrebbe da dire che sono più sorridenti, e questo è un paradosso enorme che lascia ancor più l’amaro in bocca quando si ritorna nei territori appartenenti agli ebreo-israeliani.  E dunque, c’era una volta il muro di Berlino non è appropriato. C’era una volta il muro di Betlemme, e c’era una volta il muro di Hebron, e c’erano una volta tanti muri, centinaia di chilometri di muro, alto il doppio rispetto a quello di sovietica memoria ma ugualmente privo di senso, ugualmente lesivo della dignità umana. Quando, dalla nostra remota distanza giudichiamo le cose del mondo, capiamo quest’ultime soltanto per la loro decima parte. Quando sentiamo parlare di un territorio che è frammentato, conteso, tragico, queste parole ci scivolano via dopo poco tempo, sopraffatte da altre nella continua bulimia mediatica. Quello che invece rimane ben impresso nella memoria è ciò che i propri sensi ti comunicano quando ti capita di mettere piede in quelle realtà così distanti, e il tatto e la vista e l’udito dicono soltanto una cosa, una cosa che è inutile provare a mettere in prosa perché è talmente evidente e in grado di causare un tale sgomento che le parole non servono. Se ci sto provando, in questo preciso istante in cui attendo l’aereo che mi riporterà a casa per pochi giorni, è perché a non tutti è dato di provare questo stesso sgomento. Le persone dotate di raziocinio, esseri umani ed equilibrati che vogliono vivere la propria vita in accordo a convinzioni morali non dico elevate, ma considerabili eque e guidate da uno spirito buono, sanno in cuor proprio ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, senza bisogno di meditare per argomentare la risposta. Giusto, o sbagliato. E allora penso a tutti quelli a cui non è permesso avvicinarsi a quei territori, a tutti quelli sottoposti al bombardamento di un’informazione che lascia filtrare ciò che le conviene, e soprattutto penso ai bambini, ai figli degli ortodossi che si insediano a ridosso di quelle terre che non spettano loro di diritto, e che crescendo non muteranno mai la propria convinzione che in casa loro c’è un nemico da combattere, piuttosto che un popolo con cui fare la pace. Non è permesso loro avvicinarsi per motivi di sicurezza, ma anche per un motivo di fondo che forse le stesse persone delle quali sto parlando non sarebbero in grado di accettare coscientemente: per evitare che sorgano dubbi, domande, per evitare che ci si chieda: noi siamo questo? Noi vogliamo essere questo? Può darsi che mi sbagli, nella mia posizione sento di non potere e non volere avere l’arroganza di dire ciò che è giusto o sbagliato, questi sono solo pensieri scritti di getto, in preda ad una forte emozione, scritti nel non-luogo per definizione, per provare a cacciare fuori un po’ di inquietudine che quel viaggio mi ha procurato. Quello a cui ripenso non sono soltanto i volti sorridenti delle persone, non penso soltanto alle scritte sul muro, scritte potenti nella loro semplicità, ma penso anche ai volti quasi sempre cupi e assenti dei ragazzi israeliani che servono l’esercito, ragazzi poco più che bambini ai quali è chiesto di dare il massimo che hanno negli anni della propria maturazione, quando si formano come uomini e come donne, la cui mente non sarà mai sfiorata dal dubbio, e ove anche lo fosse la risposta sarebbe l’alienazione e non la protesta. Penso insomma a tutto quello che fa svegliare le persone la mattina e che impedisce loro di dire “c’era una volta”, al tempo che dovrà passare e le coscienze che dovranno risvegliarsi per abbattere tutti quei fottuti muri.

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Categorie: Melaviv, Politica, Reporting, Travelling | Tag: , , | Lascia un commento

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