Stella distante

Un urlo lancinante squarciava l’aria fredda di novembre. Pioveva e nella stazione si trascinavano i passi stanchi di una giornata intera. Un nugolo di persone si era fermato sotto al porticato, al centro un uomo gridava. Le persone guardavano quell’uomo, e quell’uomo cantava il suo canto disperato, contorcendosi, agitando le mani al cielo e intonando una nenia afflitta, sgomenta. Yusuf serrava i pugni, lo sguardo perso nell’orizzonte non più ostruito dai decrepiti palazzi delle fabbriche di ceramica, e tutte le persone che parlavano la sua lingua avrebbero faticato a dirsi “connazionali”: non lo era più nessuno, connazionale. Non si era di una paese né di un altro, si era della stazione, la stazione li possedeva tutti e nessuno voleva fuggire, pur essendone disperatamente nauseati. Dove altro c’era da andare?. Guardava lontano, non capivo dove.

Tutto questo è insulso. Non mi importa nulla di me, della mia stupida vita. Ci sarebbe da camminare sotto la pioggia e guardare gli uomini, offrir loro un riparo, chieder loro da dove vengano, quanta strada hanno fatto. Risponderebbero che non è affar nostro, ma in cuor loro sentirebbero un calore che nessuno è in grado di dargli. Al mondo non esistono più fortune di quante oasi non esistano in tutti i deserti del mondo. Solo che le persone vagano al freddo, credendo ad ogni miraggio, non fermandosi davanti all’evidenza. La forza degli emigranti è la forza del viandante nel deserto del mondo. Passi stanchi, mani affamate. Ci si sfama con le mani, toccando quel cibo che si compra con monete spicciole. Lo si porta poi alla bocca, ma il senso più importante da appagare è il tatto, significa che quel cibo ci appartiene, che ne abbiamo diritto.

Yusuf era fermo sotto al porticato, e anche se tutti lo ritenevano un poco di buono lui continuava a cantare. Le persone riassumevano in un sorriso il giudizio che se ne erano fatte, e continuavano per la loro strada dopo essersi strette nei loro cappottini pettinati luccicanti. Sono rimasto lì, volevo capire. Yusuf aveva in mano una bottiglia ma non era ubriaco. I suoi sensi erano vigili, la sua anima cosciente. A tutta prima quei suoni mi avevano disturbato, avevano invaso la rigida schematicità del mio modo di ascoltare e di classificare ciò che ascolto. Se uno ci pensa, trova piacevoli soltanto le cose che gli sono familiari. Feci uno sforzo tremendo, maledicendo l’unta opulenza che appanna vista, udito, anima. Ad un tratto capii da dove provenisse quella melodia. Non era più fastidiosa, ne avvertivo distintamente il significato anche se non conosco l’arabo o quale altra cazzo di lingua fosse. L’ubriaco era il cittadino, assuefatto e sbronzo della fortuna che non sa di possedere. Il senso di colpa mi aveva fatto rimanere lì? Può darsi, ma ho altro di cui vergognarmi, mi son detto mentre chiudevo il mio ombrello comprato per pochi soldi.

Osservavo l’uomo che urlava, e pian piano son rimasto ipnotizzato dall’urlo cantilenante. Egli cantava per rievocare in quello squallido scorcio di una città straniera, in cui lui sarebbe sempre rimasto uno straniero, la sua patria e suoi dei. Non conoscevo la lingua ma mi son sorpreso ad annuire, a infondere mentalmente coraggio a quell’uomo, il cui canto raccontava la sua generazione ormai perduta, la sua speranza tradita. Siamo tutti nello stesso deserto, ma in troppi sono costretti ad una attraversata solitaria.

 

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Categorie: Melaviv, Reporting, Storytelling | Lascia un commento

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