oggetto o quasi – part II

E dunque, strana sorte quella degli oggetti, sembrano avere un significato e forse ne hanno un altro. Viene il dubbio che non esistano affatto, che esistano solo gli uomini che li interpretano e che assegnano loro un posto nel mondo. Come per le religioni e i loro dei: gli uomini che li hanno creati hanno detto in loro vece ciò che sembrava giusto, e gli uomini che li hanno interpretati hanno fatto dir loro ciò che non volevano dire. Talvolta i significati si incrociano: le luci che si accendono sul menorah in occasione dell’Hanukkah sono le stesse luci dell’albero di Natale? Luci dotate di un qualche significato religioso, ove si riesca a mettere da parte la vulgata consumistica che si è appropriata di entrambe le festività cristiane ed ebraiche, luci che riscaldano e non accecano. Luci e stelle, in queste notti ancora fulgide. Risplende la stella di Davide in vernice blu sulle saracinesche dei negozi, un oggetto che non esiste e che eppure è presente, mentre la stella che di solito si mette in cima all’albero è quella di Betlemme, direttamente da quella scena della natività che si svolse proprio nel cuore di questa terra ma che ora appartiene ad una dimensione altra. Significanti uguali per significati contrapposti, è questo quello che volevano i loro dei?

Domande inutili, esistono solo gli uomini che se le pongono. Piccoli alberelli di plastica spuntano nelle vetrine di negozi di elettronica, come se quell’abete finto fosse un gadget folcloristico che una città che non dorme mai non può farsi mancare. E grandi candelabri si ergono sui tettucci di camioncini sgangherati, in cima a scrostati condomini, di quelli che pensi appartengano ad un’altra epoca e sono lì in attesa che qualcuno dica loro che il tempo è passato. Nessuno si affaccenda per le strade in preda alla foga di comprare regali ma tutti, anche i non osservanti, assolvono al piccolo compito di accendere una candela, una in più del giorno prima e una in meno del giorno seguente, ed è un piccolo momento di raccoglimento che sembra valere tanto. Non ci sarà nessuna vigilia, qui. Il momento estatico del Natale è sostituito dalla semplice cerimonia degli otto giorni di Hanukkah – con le radio che intonano la classica canzone rivisitata in chiave jazz, con i vicini di casa che si scambiano i sufganiot, i bomboloni ricolmi di crema – o forse dalla grande catarsi collettiva di ogni Shabbat. Tutto sommato, non è nemmeno una delle feste principali. Che sia stata colpa della presenza ingombrante dell’immaginario natalizio, preponderante nel mondo occidentale al quale Israele di fatto appartiene, come stile di vita e come aspirazioni?

In certi casi i mondi si incontrano: bambini che intonano le canzoni natalizie, attendendo un Babbo Natale un po’ in anticipo sui tempi, mentre accendono le piccole candele con la mano tremante. Tutto intorno è un’atmosfera un po’ irreale, un po’ fittizia: forse è la naturale convergenza di due mondi che si trovano a convivere quasi per caso. Ci si scambiano doni e non si sa se per il Natale o per l’Hanukkah. Oggetti, ancora una volta, ma anche qui le persone sono di gran lunga più importanti.

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Categorie: Melaviv | Lascia un commento

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