Tutti i nomi

Averli visti elencati per giorni, tutti quei nomi, illustri professori e scienziati e persino ministri, ce li si immaginava diversi a vederseli di fronte che ti consegnano il bigliettino da visita su cui quel nome si ripete, quasi ad imprimere un sigillo che segna la propria persona, imprescindibile da quel nome ma eppure così diversa. Guardandoli ad uno ad uno, quei nomi, pensavo a quelle che dovevano essere le loro caratteristiche, con quelle fisionomie che nascevano dalla semplice associazione col cognome, e li guardavo e immaginavo che parlavano ogni lingua del mondo. Tra due piccole parentesi, e pronunciati con un sorriso sulle labbra, i soprannomi costituivano un livello inferiore ma paritario, una scorciatoia o sottochiave con la quale rompere il grado di formalità, un grimaldello, ed erano emblema della vicinanza e della pari dignità. Avevo un’immagine in testa ben chiara: la loro potenza evocativa mi parlava di loro, illustri partecipanti al seminario, e mi illudevo che potessi riconoscerli o essere riconosciuto sulla semplice base dell’essermi preso cura di loro per un po’ di tempo. E allora guardavo la successione di lettere che sembrava forzata ai miei occhi, le cui geometrie spigolose subito si dipanavano entrando in contatto con i loro sguardi, capendo che non poteva esserci altra chiave per decifrare il loro essere.

Nomi che spiegano tutto – la storia di un paese la cui forza economica risiede nell’ondata di immigrazione avvenuta verso la metà degli anni ’70 (gli immigranti non hanno paura di ricominciare da capo, mi dicono; essi corrono rischi per natura, e perciò una nazione di immigranti è una nazione di imprenditori) –  la cui differente pronuncia narrava del paese d’origine, del più o meno facile livello di integrazione e della setta ebraica dalla quale quel nome discende: un ebreo Ashkenazi è, nel significato comune e tralasciando le differenze religiose, etniche e culturali, un ebreo con un background europeo, più spesso proveniente dai paesi ex-comunisti o dal ceppo tedesco; un ebreo Sephardi ha origini iberiche. Quale nome dare ad un bambino è una questione diversa a seconda che si sia l’uno o l’altro: i primi non chiamano i bimbi come i loro nonni se questi sono ancora in vita, i secondi invece sì. Considerazioni su onore, superstizione o semplice tradizione che si guardano allo specchio, e che confliggono nel caso sempre più frequente di matrimoni misti. E nomi infine dietro i quali si cela il disegno sionista, ideologia per alcuni e sogno per gli altri che vivono nella diaspora, ma che sempre implica il concetto di ritorno: un tal Zimmermann mi parla del suo, di sogno, dopo tante perenigrazioni dall’America fino all’Europa, di stabilirsi nella terra dove i padri fondatori misero radici (altri nomi: Adamo, Isacco, Abramo, Giacobbe, nomi che per lui avevano un significato irrimediabilmente diverso dal mio).

Ma nel lussuoso hotel si aggiravano altri nomi, quasi indistinguibili su quelle minuscole targhette color marrone, nomi che non erano seguiti da soprannomi o da cognomi e che evidentemente bastavano in sé: il personale si aggirava furtivo, con lo sguardo quasi sempre basso, felpati più degli altri sull’asettica moquette, al posto giusto al momento giusto, ubiqui ed invisibili, presenti e distanti. I loro nomi non erano incorniciati da badges appena coniati, non appartenevano a nessuna azienda o università che avesse una storia che potesse ricomprenderli, avevano soltanto i loro volti che ricomprendevano la loro, di storia, un cammino chissà quanto lungo e quanto difficile o forse, chissà, quanto facile per essere stato agevolato dal governo che fornisce incentivi per coloro che vogliono tornare, pagando mesi e mesi di corso di lingua, offrendo loro quel “tappeto rosso” (carta d’identità, conto corrente bancario ed utenza telefonica nel giro di sole 24 ore dall’arrivo) per perseguire quell’assorbimento visto come una forza dalle autorità.

Ad un tratto entrano nella sala i nomi importanti: i ministri leggono discorsi dietro i quali si celano altri nomi, alcuni destinati a svelarsi col tempo e altri destinati a rimanere in un piacevole anonimato, i giornalisti annotano e fotografano, il giorno dopo riporteranno chi ha detto cosa, cosa è stato fatto da chi, chi ha conosciuto chi, ognuno a statuire in nome del proprio stato o città o kibbutz, e in una sala buffet sempre gremita, lontano dai microfoni, chiacchierate informali forse decidevano il prossimo futuro di pezzi di economia non irrilevanti. Presentazioni in power point scandiscono il ritmo delle ore, non c’è più il fermento dei momenti iniziali, strette di mano conclusive e fotografie di rito fanno da preludio al pranzo, rito collettivo al quale nessuno si sottrae, una profusione di cibo che non lascia scelta. Pochi minuti dopo la conclusione, mentre alla spicciolata vanno via tutti, la sala che abbiamo appena lasciato si trasforma, via le cartacce e le tazze di tè abbandonate sotto le sedie, via il tavolo principale e via la schiera di posti del pubblico. Il nuovo copione prevede nove o dieci tavoli, un piccolo podio che guarda verso le colonne e verso il placido panorama marino dell’albergo, e tovaglie appena inamidate svolazzano ignare. Lo stesso personale dai nomi misteriosi e distanti comincia a posizionare nuove cartelline ad ogni posto in tavola. Con un nuovo nome scritto su.

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Categorie: Melaviv, Reporting | Lascia un commento

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