Florentin

Entrare davvero in contatto con una città non è facile, con le sue notti e con le sue mattine, con il ritmo della folla, le urla nel mercato, l’onnipresente rumore dei racchettoni quando si passeggia per il lungomare, il tempo di un taglio di capelli o della lavatrice a gettoni che ha finito il suo giro. La sua anima, che dir si voglia. Più di altri, il quartiere di Florentin ne possiede una del tutto particolare, per capire la quale bisogna darsi un po’ di tempo, estraniarsi dai ritmi della vita quotidiana ed immergersi in una irrealtà tanto vivida da sembrare un sogno lucido. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capirlo, per essere vagamente soddisfatto di abitare in una stradina invasa da negozietti di bigiotteria da vendere a tanto al chilo, di empori odorosi di spezie, di venditori di giocattoli presi d’assalto per l’imminente festa delle luci, con l’eco di una tromba suonata dal vecchio proprietario di una bottega di cianfrusaglie impolverate che è possibile udire alle ore più insensate.

La notte in cui arrivai il tassista mi lasciò nel mezzo di Eilat street, la strada da percorrere se si vuole arrivare a Jaffa evitando l’affollato lungomare, infuriato con me perché si era perso e mi aveva fatto perdere lungo quegli incroci che non promettevano nulla di buono, con locali seminascosti dai quali usciva solo una musica soffusa e una nenia in questa lingua di cui non sapevo ancora riconoscere i suoni. Sembravo catalizzare tutta l’attenzione di quella notte, come se quelle scavatrici rumorose, come se le persone che fumavano fuori ai locali e persino il poliziotto all’incrocio fossero state messe lì per me, un bizzarro copione già scritto da molto tempo e che ora finalmente mi si materializzava davanti agli occhi. Non posso più dimenticare l’immagine di quella strada percorsa più volte avanti e indietro quella notte, e ogni volta che ritorno a casa rivolgo uno sguardo a quell’incrocio in lontananza, e un sorriso mi si forma impercettibilmente in viso, come un segno di intesa con un qualcuno, o qualcosa, con cui si è condivisa un’esperienza unica, irripetibile pur se nella sua banalità. Quella notte mi raccolse poi un ragazzo, forse mezzo ubriaco, e con la sua macchina attraversammo i vicoli di Florentin. Vidi un fermento e una gioia del tutto particolari che poi avrei compreso soltanto dopo, un pulsare impercettibile che mal si accordava con l’aspetto degradato del luogo, palazzine che sembravano abbandonate, recinti di lavori in corso che sembravano non essere mai iniziati, immondizia per la strada. Avrei voluto fiondarmi subito lì in mezzo, ancora in giacca e camicia, divisa d’ordinanza per tentare di non destare sospetti ai controlli in aeroporto, e raccontare il mio viaggio lungo 12 ore a chiunque mi capitasse sotto tiro. Ci eravamo persi, di nuovo, e mentre lui chiedeva informazioni io lasciavo vagare uno sguardo furtivo su quel mondo così strano. Finalmente la macchina prese la giusta direzione, e alle 3 di notte raggiunsi la camerata di un ostello assurdo, e con ancora indosso il jeans e con un braccio poggiato sui bagagli mi addormentai, spaventato ed eccitato, stanco e vigile, tutte queste cose insieme e molte altre ancora.

Ma ho divagato. In realtà il mio primo contatto con Florentin è stato anche l’unico, fino a poco tempo fa. Mentre mi aggiravo per i suoi vicoli mi rendevo conto di non essere pienamente cosciente di quanto mi circondava, sapevo di avere uno sguardo che non intaccava la superficie delle cose. Man mano ho imparato a riconoscere gli sguardi intensi delle persone che vi ci abitano, a vedere le strade ripulite nottetempo in pochi minuti, ma più di tutto ho cominciato a notare le sue luci, vivide di giorno e rosse e tenui di notte, l’alone misterioso degli ex-palazzi industriali che sembrano far parte di una scenografia di un film girato tanto tempo fa e che forse nessuno ha visto, e le insegne dal neon tremolante fino all’ingresso dell’eterno AM:PM, e  basta alzare lo sguardo e vedere altre luci che si accendono, musica che inizia a suonare, tutto nel giro di pochi minuti, un fuoco che improvvisamente si ravviva. Un’anima ampia, generosa, che avvolge le strade fino ad ogni suo più piccolo e lercio negozietto, salendo fin su sui tetti, che se si avesse la possibilità di una visione dall’alto si scorgerebbe un caleidoscopio che è proprio di ogni ora, in ogni giorno. Prendere parte a queste epifanie notturne non è difficile, si urla dalla strada se c’è una festa, e la risposta affermativa sottintende un invito a salire, in modo del tutto spontaneo, come se si fosse amici di vecchia data che si siano dati appuntamento per una serata. I pazzi che ho conosciuto mi hanno detto che ciò fa parte del modo di sentire di ogni persona che sia qui da tanto tempo da considerasi cittadino, così come di ognuno che sia solo di passaggio, al seguito di una carovana hippie o intenzionato a fare aliyah. Immediatamente ci si sente uniti in uno stato d’animo aperto e curioso, non importa chi sei e come ti vesti, per quanto tempo ti tratterrai e se sei da solo e disorientato. Può darsi che dipenda da ciò che tutti hanno in comune, al netto delle differenti opinioni e orientamenti religiosi, e cioè la lunga esperienza dell’esercito e la conseguente, inevitabile fuga per il mondo, ad inseguire chissà cosa, forse soltanto un Libro, tra le cui pagine nascono gli istinti, le mode, le destinazioni verso cui scappare dal proprio paese, con l’intenzione di farvi ritorno che matura solo dopo un viaggio dimentico di tutto e pieno di splendori e conoscenza, come colui che ritorna da chi è finalmente in grado di amare, dopo aver imparato ad amare se stesso. La prima parte della giovinezza trascorsa lontano da casa, spesso da soli, diventa il background comune della sua seconda parte, quella della maturità, in cui si fanno figli e man mano ci si integra, trascinandosi a forza nei confini ora meno angusti di una vita da cui si è smesso di fuggire. E allora un luogo del genere, così distante dal mainstream che anima le strade di altre parti della città, diviene il luogo d’elezione di studenti e artisti e visionari di ogni genere, un crocevia irreale all’interno di una città che è essa stessa avvolta in una bolla, come si dice, dal resto dal paese, totalmente diversa per storia e prospettive.  Florentin forse è un rifugio, nella mia immaginazione, forse è l’idealizzazione di un mondo che nella realtà risulta più sfaccettato, più controverso. Ma nonostante questo, mi piace credere di far parte di un luogo in cui un’energia così forte si sprigiona dalle sue viscere. I suoi visionari e poeti non sono i negletti di una società che li ha abbandonati e che loro commiserano, quanto piuttosto il cuore di una città che nasce giovane e che sembra non dover invecchiare mai.

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