La storia siamo noi. O loro?

Capire le cose, formarsi un giudizio su di esse e poi agire di conseguenza, creare su questa base i propri convincimenti, vedere la propria vita e le relazioni con il mondo come una semplice reazione a questo stimolo primigenio. Certo il discorso cambia se allarghiamo la visione dal particolare al generale: nel giudicare le opinioni e il modus vivendi di un individuo possiamo ben mettere in conto fattori strettamente personali come il carattere, la sua storia particolare, le sue paure e desideri che nessun altro può far propri, se non provando ad immaginarli. Ma quando parliamo di una società, o di parte di essa, o addirittura di un popolo o di una nazione, allora il discorso assume tratti diversi. Sono abituato a considerare l’informazione, il suo grado di indipendenza e di obiettività, il suo essere strettamente fedele ai fatti e lucida ed onesta nell’analizzarli come un parametro fondamentale per misurare la libertà di cui godiamo, e di conseguenza anche i confini del nostro pensiero. Libertà non intesa come un qualcosa di statico, da misurare nel momento presente come un qualunque fenomeno fisico di cui si facciano esperimenti empirici, ma vista con un occhio rivolto all’indietro, retrospettivamente, che ci dica da dove veniamo, e con un altro a scrutare la strada, in prospettiva, che ci indichi dove andremo.

Non so quale di queste due visioni sia maggiormente in pericolo nell’epoca che stiamo vivendo, ma non tornerò con la mente in Italia, non ora. Ciò che già sapevo è che un pensiero collettivo animato  da ideali puri può formarsi solo con una visione condivisa delle proprie origini, della propria storia. Ma la storia è di solito scritta dai vincitori: sono quelli che hanno il controllo della narrazione della storia ad avere man forte, in senso politico ed in senso meno figurato, sul presente e sul futuro di una nazione. Ciò che non cessa mai di stupirmi è la vigliaccheria di una classe politica che decide quale versione dei fatti offrire alle giovani menti che vanno formandosi, con la presunzione di mentire sapendo di mentire, o almeno di mentire sapendo che potrebbero essere in errore, e che il loro errore potrebbe essere tanto più rilevante e biasimabile quanto lo sia quello della parte che avversano.

Perché non offrire ai propri figli una visione condivisa e rispettosa? Perché non si ha la lungimiranza di comprendere che un seme d’odio e di distanza tra due mondi è maturato nel giro di poco più di metà secolo, dopo essere stato incubato per secoli, e che se si vuole evitare che metta radici eterne è necessario affidarsi a chi è ancora scevro da astio e pregiudizio? Ciò che allora potrebbe sorprendere è la reazione di queste giovani menti: secolarizzazione, assuefazione, quel naturale spirito critico intrinseco alla giovinezza. Mi viene da pensare questo quando leggo della reazione degli studenti di una scuola di Sderot alla decisione del Ministero dell’Istruzione di proibire l’uso di un libro di testo – l’unico – che si proponeva di offrire una visione condivisa della storia, ebraica (o ebrea) e araba (o palestinese). Ad esempio, agli studenti israeliani veniva spiegata la Nabka, o il disastro, sofferto dai Palestinesi quando nel 1948, durante quella che è conosciuta come la guerra di indipendenza israeliana, 750.000 di loro furono sradicati dalla terra in cui vivevano. Mentre gli studenti palestinesi potevano apprendere la connessione che gli ebrei sentono con la terra, e il modo in cui l’antisemitismo e l’Olocausto hanno influenzato il pensiero sionista.

Trovo importante dire questo per raccontare quanto sia ampio il divario tra una classe politica reazionaria ed una generazione cosmopolita che va affrancandosi dai quei retaggi di cui parlavo. In uno stato che impone il giuramento di lealtà a coloro che vogliono diventare cittadini israeliani, imponendo loro di riconoscere Israele come uno stato democratico ebreo, è possibile riconoscere – finalmente – quella che Amos Oz ha definito “una cultura del dubbio e dell’argomentazione, un gioco senza limiti di interpretazioni e di contro interpretazioni” in una terra in cui “dal principio dell’esistenza della civilizzazione ebrea, è stata sempre riconosciuta la capacità di argomentare”. Probabilmente tale forza e coraggio vengono filtrate e assimilate con forza, nella percezione che si ha di questo popolo dall’esterno, in un’unica immagine distorta. Messa davanti allo specchio, parte di questa terra riflette il barlume dell’unica, piccola e possibile speranza.

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Categorie: Melaviv, Politica, Reporting, Riflessioni | Tag: , , , | Lascia un commento

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