Road to Jerusalem

La strada per Gerusalemme non è un semplice titolo. La strada per Gerusalemme è un concetto, è cento anni di storia, la si può percorrere dormendo oppure vedendo scorrere ai lati l’enorme tragedia e l’enorme successo di questo paese. La si può percorrere in un’ora, stretti in uno dei tanti bus che fanno la spola tra Tel Aviv e Gerusalemme, oppure ci si può mettere un’eternità, e non solo per i check point che costringono le auto a code lunghissime: fantasticare può far distorcere le percezioni del tempo e dello spazio, e l’intervallo di un’ora può regalare scorci di un’epoca ormai passata e che pure fatica a passare.

Il paesaggio cambia man mano che ci si allontana dalla industriosa Tel Aviv: sobborghi industrializzati, file ordinate di grattacieli lasciano il posto a quello che si direbbe essere un paesaggio rurale, piuttosto rigoglioso. Ciò che sta dietro ai fitti boschi di aceri è, però, una precisa politica di rimboschimento da parte del governo israeliano, e subito balza agli occhi la differenza che passa con i territori occupati: un paesaggio arido e spoglio, dove il problema principale non sembra affatto essere la vegetazione, quanto piuttosto la siccità. Alle comunità ebree sparse per il mondo si chiede un obolo, si chiede di donare qualcosa per piantare un albero in quella homeland disboscata in quasi mezzo millennio dall’Impero Ottomanno. I bambini crescono con questa consapevolezza, un pezzo di questo paese appartiene a loro, un legame si stringe anche nella lontananza. Qui lontananza non vuol dire oblio.

La moderna superstrada attraversa paesaggi mutevoli. Si ergono ai lati i simboli della industrializzazione e del benessere economico, i vetri dei finestrini filtrano colori neutri, opachi. L’avanguardia tecnologica israeliana non si distingue per la vivacità dei suoi colori. Un solo colore contraddistingue nello stesso modo le cittadine arabe: minuscole case tinteggiate di bianco, ordinate e quasi discrete in quelle irrilevanti alture delle montagne della Giudea strette tra il Mar Mediterraneo e il Mar Morto. Ma qualcosa cambia presto: ci si comincia ad inerpicare, la strada diventa sinuosa, la carreggiata sembra restringersi quando si entra nella valle da cui si uscirà solo per raggiungere il Monte Scopus. Quella valle a cui lati si intravedono scheletri di carri armati, quella valle che bisognava percorrere con mezzi stentati per portare rifornimenti alla parte orientale di Gerusalemme, su cui Israele estenderà la propria giurisdizione dopo la guerra dei sei giorni del 1967. Non una vera e propria annessione ma estensione dei confini amministrativi e municipali, dato che la Giordania ne aveva acquisito illegalmente il controllo nel 1948 tramite un’azione di forza. Nonostante la Jerusalem Law del 1980, che intendeva conferire efficacia legale allo status, la comunità internazionale non ha mai riconosciuto l’annessione di Gerusalemme Est ad Israele.

Lasciando l’affollata superstrada si raggiunge la cima del Monte Scopus, sede dell’Università ebraica di Gerusalemme, foraggiata da ricchi ebrei americani doverosamente ringraziati con un’incisione su pietra. Il mattino è limpido e luminoso, un tiepido vento arriva dal deserto, la cupola dorata della Roccia splende in lontananza. Gerusalemme vista dall’alto è impressionante: secoli di storia si accavallano, culture e religioni lottano e convivono, un millenario nucleo giace in quella città vecchia cinta da mura, costellata di porte dai nomi biblici ma forate da più prosaici proiettili, e tutto questo, ci si può credere o no, lo si coglie in un solo sguardo. Nonostante le esclamazioni di stupore,  il silenzio si impone quando si rimira il Monte degli Ulivi a sinistra e i resti di tombe ebraiche, stretti loculi tanto simili a quello che sarà l’ultimo giaciglio del Messia. Ma un’emozione maggiore, un silenzio carico di significati si avverte quando in lontananza si intravede il famoso deserto, il profilo delle montagne di Giordania e quel delicato bagliore del Mar Morto: sembra impossibile e quasi anche ingiusto che un solo sguardo, che il nostro sguardo, possa abbracciare tutto questo.

Probabilmente sarei rimasto lassù per un tempo indefinito, a contemplare non so bene cosa, ad avvertire non so quale sensazione, se non avessi avuto l’urgenza di vedere, di toccare, di odorare. Da quell’altezza, e con quella visuale, si può credere che quell’aria di serenità e di pace, di perfetta commistione tra elementi così diversi possa essere duratura e credibile. Sensazione che non muta addentrandosi nei vicoli della città vecchia: i quartieri delle 3 più grandi confessioni religiose fianco a fianco, ognuno con la propria storia e le proprie peculiarità, ognuno coi propri simboli da difendere e con i propri altari da venerare. Cristiani e ortodossi e musulmani che si sfiorano e camminano insieme, i francescani che percorrono la via crucis e gli ebrei che si piegano davanti al muro del pianto, un semplice muro di cinta a protezione dei resti del secondo tempio, al cui interno si ritiene che vi sia la presenza divina, per non parlare delle moschee musulmane, che fanno di Gerusalemme il terzo luogo sacro dopo La Mecca e Medina.

C’è un verso della Bibbia che recita, nella sua versione inglese: Who are these that fly like a cloud, and as doves to their cotes. E’ il profeta che vede una moltitudine di gente che si reca verso Gerusalemme, per abbracciare il vero credo, e gli sembrano numerosi come colombe in volo che si recano verso il loro nido, in un solo corpo come una nuvola. Ecco, questo verso iscritto in una pietra situata nell’atrio del mio ufficio mi è balzato subito in mente mentre camminavo per i vicoli della città vecchia. Tanto numerose le persone e gli odori e le sfumature, così irreale l’atmosfera di pace e serenità. Solo fittizia? Nelle strade di Gerusalemme est accade che vi siano scontri, e la convivenza tra gli arabi, con il loro sistema di scuole e di ospedali e di trasporto pubblico separato, e gli ebrei può essere molto difficile. Ma questo è un qualcosa che non ho toccato con mano. Ho visto luoghi capaci di emozionarmi, seppur racchiusi in quel bozzolo dorato di una inevitabile propensione al turismo e alla mercificazione. Vicoli centenari, resti sotterranei dell’antica città, il vero o presunto sepolcro di Gesù, la carica emotiva che si avverte al muro del pianto; i suk arabi con le tipiche volte, tappeti misti a paccottiglia da turisti, rosari e croci da benedire ed enormi falafel cotti in angusti loculi ai margini della strada.

Vado via con la sensazione di aver visto molto, ma non tutto, non abbastanza. Questa città merita una seconda visita, magari in solitudine, meno frenetica, penso mentre il bus prende una strada secondaria che ci riporterà a Tel Aviv. Ci si addentra nei territori occupati, una strada presidiata dai cecchini al tempo della seconda intifada. Anche questa una strada che si percorre in un’ora. O forse no.

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Categorie: Melaviv, Travelling | Tag: , , , | Lascia un commento

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