Brevi incontri con donne straordinarie

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Quando Julie ha detto a Rosemary di essere nata e cresciuta a Norseman, appena sopra la piana del Nullarbor, la mia ospite ha avuto un sussulto. “Quella sì che è terra selvaggia”, ha detto stringendosi nelle spalle nel suo accento inglese posh che cinquant’anni di Australia non sono serviti a imbastardire. Rosemary e Julie si sono appena conosciute ma, come entrambe concordano, nulla avviene per caso. Nella sua casa piena di luce, e che pure lei definisce boring, Rosemary sembra aver bisogno di aiuto nel ripulire il suo piccolo bosco privato da tutti i rami e le foglie secche accumulatisi mentre era in viaggio. Julie fa molte cose: è cresciuta in terra selvaggia e abituata a sparare al proprio cibo. Ella chiama mate tutti gli animali che incontra per la sua strada, si prende cura di loro se sono feriti “o anche tristi”, ma non esitava a puntare il fucile contro l’abbondante selvaggina della vasta distesa di terra sopra il deserto del nulla. In questo periodo della sua vita Julie sopravvive facendo le pulizie. “Non ho bisogno di molto. Sono anzi felice di possedere poche cose. Le cose finiscono con il possedere te, e mi dà soddisfazione che quel poco che possiedo è di seconda mano ma perfettamente funzionante. Da quando decisi di andar via da Esperance molte cose sono successe, e ho persino vissuto per un periodo nella mia macchina. Sai come l’ho ottenuta, Alex? Chiedendola. Non sai quante cose ottieni se chiedi. Costava mille dollari, la metà dei quali ho ripagato lavorando. Per me non esiste lavoro abbastanza duro”.

Le due nuove amiche si perdono in lunghe conversazioni. Rosemary è un’artista. In ogni stanza c’è una libreria straripante, oggetti collezionati durante i suoi viaggi e i suoi oli su tela. Mi mostra la sua stanza dei giochi. “Ho dovuto aspettare una vita per averne una, ma ora finalmente mi diverto”. Quando mi fa accomodare nella mia stanza mi mostra i libri che ha messo sul tavolo. “Ho pensato che potrebbero interessarti”. Da quando avevo scritto a Rosemary di essere interessato alla cultura Aborigena, non solo lei si è prodigata ad ospitarmi, disponibile a condividere la sua esperienza di social worker in remote comunità del Western Australia, ma durante la nostra prima cena insieme ha fatto sì che si unisse a noi Richard, consigliere qui ad Albany. Richard ha portato un vino della Barossa Valley, e la sua voce pastosa durante il brindisi alla nostra conoscenza mi suggerisce che non è il primo bicchiere della giornata. E poi c’è Julie. Noi quattro provenienti dagli angoli più remoti della terra riuniti per una cena illuminata da poche candele, per parlare del nostro interesse comune. Julie rifiuta di toccare i nostri bicchieri, e dopo aver studiato l’agnello che era servito nel suo piatto per buoni due minuti, comincia a mangiarlo con l’aria di chi ha appena avuto una lunga battaglia interiore.

Il giorno dopo ci mettiamo in macchina. “Ti va una birra”? Julie sembra non badare troppo alle rigide regole australiane che, quando si tratta di alcol e guida, sono molto severe. Ma probabilmente qui, in queste lunghe strade semiasfaltate che portano da un piccolo centro all’altro, troppo preciso non lo è nessuno. Ci fermiamo ad un bottle shop e facciamo il pieno di Becks. Apro la sua con il mio accendino, prima che lei faccia saltare il tappo per aria – ne sono sicuro – con i denti. Sul cruscotto dell’auto sono riposti ordinatamente una piccola radio, un binocolo, una spazzola, un pacchetto con delle salsicce che di tanto in tanto spezzetta e butta indietro dove un barbuto cagnolino fa piazza pulita. Mi porta a Frenchmen Bay, guidando per il circuito della baia di Albany. Guidiamo per il porto, una volta il più importante di tutto il WA, prima che venisse costruito quello di Fremantle. Mi pare di essere in un loop ma non per la conformazione della baia, quanto piuttosto per le storie che si susseguono e che trovano un ulteriore senso successivamente in questo vasto e remoto stato. Da qui partirono le truppe Anzac per Gallipoli, Turchia, e la comunità ricorda i suoi caduti con particolare commozione. “La vedi quella lassù? È la prigione di Albany. Lì c’è mio figlio, è per lui che sono venuta qui, per stargli vicino. Una volta andavo a trovarlo due volte a settimana, ma da quando ho saputo che lo spogliavano nudo prima e dopo ogni mia visita, mi limito a telefonarlo. Così, per tenergli su il morale. Potrei anche tornare ad Esperance ma troppe brutte cose sono successe laggiù, e credo che la mia presenza qui significhi molto per lui”.

Prima di riaccompagnarmi da Rosemary decide di passare per casa sua. Il posto sembra essere stato occupato abusivamente nel giro di una notte. Mi mostra i suoi strumenti musicali, i suoi disegni. Sono incuriosito da uno, in particolare. The Italian chef, si chiamava. Raffigurava un pescatore dai tratti mediterranei in piedi sulla sua barca, in mezzo al mare, aspettando di tirar su la rete o scrutando la rotta. Julie doveva aver capito il lampo nei miei occhi, perché un altro si era acceso nei suoi. “Puoi prenderlo, l’ho fatto per te.” “Ma se ci siamo appena conosciuti” faccio io, e lei mi risponde che evidentemente aveva avuto quell’ispirazione in previsione del nostro incontro, e che la cosa più giusta era che mi prendessi il disegno. Il ragionamento mi parve a suo modo logico.

Ad Esperance ci sono rimasto tre mesi. Julie aveva detto che quando scopri il suo mare non puoi fare a meno di esserne hooked. Riguardo le fotografie di quei giorni e mi viene in mente che questa è una bella risposta a chi mi chiede dove sono stato, in quasi un anno. Vedi – d’ora in poi risponderò – non sono tanto uno da sightseeing. Ho fatto i miei viaggi dove un giorno dormivo in un posto e il giorno successivo chissà, ma ora sono un po’ stanco. Non di viaggiare, ma dell’evanescenza di esperienze forti che non hanno il tempo di sedimentarsi. Ora viaggio così: mi stabilisco in un luogo per qualche tempo, cerco di conoscere i locali, ascolto le loro storie e con esse mi pare che il mio viaggio non si limiti lì dove termina il mio sguardo.

Julie è stata la prima di una serie di donne straordinarie che ho conosciuto qui. Scriveva Chatwin nel suo The songlines: “One commonly held delusion is that men are the wanderers and women the guardians of hearth and home. This can, of course, be so. But women, above all, are the guardians of continuity: if the hearth moves, they move with it. In Australia, women are the driving force behind the return to the old ways of life. As one woman said to a friend of mine, women are ones for country.” Mi accorgo che tra le foto che ho di quei giorni, in soltanto una appare Julie, ed è di spalle. Mi doveva accompagnare alla stazione da dove avrei preso il bus per Esperance, e stavamo fumando l’ultima sigaretta sul pontile di Albany. A un tratto, la piccola scialuppa di un pescatore dalla barba bianca appare all’orizzonte. Julie cammina lentamente fino alla fine del pontile, e da lì aspetta che gli sbuffi del motore portino la barca ad attraccare. Julie rimane ferma tutto il tempo mentre il vento le scuote i capelli, e il pescatore ride di gusto. In macchina poi parlammo di tutt’altro, e ricordo che, una volta nel bus, mi piacque pensare che la bruschezza con la quale mi aveva augurato l’addio non era dovuta ai modi di chi è cresciuto in terra selvaggia, bensì all’impazienza di tornare su quel pontile dove ad attenderla c’era, chissà, un capitolo felice della sua vita.

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La lentezza e altre scoperte

Mi sto liberando del germe del multitasking. Percepivo a livello intuitivo di doverlo fare, ma non avevo mai fatto nulla per prenderne le distanze. Non sono nato figlio del multitasking ma ne ho ben presto abbracciato le premesse. Il multitasking mi generava ansie: credevo di potere e dovere fare tutto, in contemporanea. In quel modo gettavo le fondamenta per un’infelicità subdola.

Sto rileggendo, sto riascoltando, sto riflettendo, ma senza fare null’altro allo stesso tempo. Quando rastrello le foglie nel giardino non porto più con me le cuffiette. Quando corro il perimetro della fattoria alzo la testa, noto i Baobab che stanno lì da mille anni e i canguri che battono la coda sul terreno per avvertire tutti del pericolo. Ma farlo in paradiso è facile: gli elementi ti invitano a metterti in connessione con loro. Più difficile è farlo dove la prossimità tra le persone è così elevata che induce a creare barriere, a mettere su una colonna sonora nel quale sentirsi al sicuro. Dove le distanze fisiche si accorciano ecco che cresce la distanza emotiva. Prendi strade secondarie, dimenticati del tempo ed ecco che senti vicino a te un calore diverso.

Il multitasking ci abbaglia con la promessa di poter ottimizzare i tempi; il nostro cervello avalla l’inganno comunicandoci che, certo, lui è in grado di guidare e parlare al telefono allo stesso momento. Singletasking allora non è semplicemente disconnettersi dalle email e da Facebook. Non è solo fare una cosa per volta, e farla bene. È anche non fare niente, è anche attivare le gambe e le mani come attività propedeutica al processo creativo, è anche essere connessi con quello che si fa, con le motivazioni più profonde. È continuare a fare una cosa anche se non sta riuscendo bene, se riteniamo abbia un valore. Per fare questo non c’è bisogno di disconnettersi: ritengo che la dimensione social abbia aggiunto, piuttosto che tolto. C’è il rischio però che questa abbia l’effetto di una giostra: può divertirci ma anche farci sentire un po’ confusi, alla fine. C’è bisogno di dare il giusto peso all’interconnessione, e capire che non ne abbiamo sempre bisogno.

 

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Boicotto sì, boicotto no, reprised

Quando ero a Tel Aviv mi divertivo a fare il corrispondente dall’estero, e scrivevo cose che nessuno leggeva ma che a me interessavano. Una di queste era una riflessione sull’opportunità del boicottaggio contro Israele. Ne ho scritto qui. Concludevo dicendo che probabilmente avrei avuto le idee più chiare sull’argomento una volta che mi fossi allontanato da quel luogo, e avessi potuto guardare il tutto con occhio più distaccato.

Tante cose sono successe da quel periodo della mia vita, eppure porto sempre nel cuore quell’esperienza e anche – purtroppo, devo dire – un po’ di amarezza, perché esprimere la mia opinione su un argomento molto delicato mi costò un’amicizia, troncando così il legame più importante che avevo con quel paese.

Ritorno sull’argomento per dire che se pure le idee non mi si sono del tutto chiarite, sento di poter aggiungere un’argomentazione importante al dibattito (non si può mica rispondere “non lo so” all’infinito!), che si può sintetizzare come segue: sono convinto che Israele segua nella violazione dei diritti umani nella West Bank, e che l’occupazione dei territori palestinesi sia illegale sotto i trattati internazionali; detto questo, non si può giustificare l’ipocrisia di una doppia morale che sanziona in modo indiscriminato (come una chemioterapia, uccidendo cellule buone e cellule cattive insieme) un intero paese dove un dibattito democratico è in corso, e chiudendo l’occhio su Guantamano, sul Tibet, sulla Cecenia. Per chi volesse, è possibile leggere su Hareetz la risposta molto bella di Carlo Strenger a Stephen Hawking, che ha di recente annunciato la sua volontà di voler aderire al boicotaggio.

Credo che, alla fine, del BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) debba rimanere soltanto il secondo. Il boicottaggio culturale rischia di tagliare fuori dal dibattito interno la voce di chi è già sotto assedio culturale, mentre sanzionare le imprese israeliane che, ipocritamente, fanno affari nella West Bank mi pare un atto non solo sensato, ma dovuto. Credo che questa fosse l’opinione di Naom Chomsky fino a un po’ di tempo fa, ma credo di aver letto da qualche parte (basta link, tanto non li leggete!) che sia stato proprio lui a suggerire ad Hawking di disertare la conferenza a Gerusalemme, A quanto pare, non sono l’unico ad avere le idee confuse.

 

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Eudemonia

Ovvero: il demone della felicità. Il demone non è da intendersi, come spiega Wikipedia, in senso negativo, bensì come genio, predisposizione dell’animo, sì che questo stato di benessere si configura in modo marcatamente meno solipsistico rispetto al gemello Edonismo. Il perché di questa parola alla fine di un post un po’ aggrovigliato, siete perdonati se saltate subito all’ultimo paragrafo. Ne parlavo con un po’ di amici – a distanza, ovviamente, perché i figli dell’emigrazione liquida mantengono reti sociali in cui le relazioni si fanno spurie e sono forse anche epurate dalla banalità e dalla stanchezza della quotidianità – ne parlavo e mi viene detto che la felicità è un impegno. Ad un’altra amica chiedo se dovrei forse sentirmi in colpa di godere così smaccatamente della mia condizione di solitudine (un inglese direbbe solitude e non loneliness), e in tutta risposta mi viene chiesto se ho la coscienza sporca. Non rispondo, perché i figli delle relazioni liquide sono talvolta maleducati e lasciano cadere le conversazioni così, senza replicare, dando alla famosa ultima parola il peso di un macigno. Sono qui per chiarirmi le idee e per rimediare alla mia maleducazione.

In realtà non so a favore di chi sto scrivendo, ci sono queste cose che mi passano per la mente ma poi dopo me le scordo, penso ad altro, fingo di pensare ad altro mentre quelle cose lì ci sono sempre, solo che non so dirle e ho bisogno che qualcuno più bravo di me le dica al posto mio. Non penso a nulla mentre lavoro, perché qui il Primomaggio non esiste, non penso a nulla mentre tento di descrivere le cose che mi circondano, perché fin quando non sarai in grado di definire la tua realtà questa esiste solo nella tua mente e di conseguenza non è realtà – non ancora: è una finzione dalle molte pretese. Ho molto tempo per me, ho molto tempo per leggere – per rileggere. Scrive Fitzgerald in Tender is the night: “She felt that she had learned something, though exactly what it was she did not know. Later she remembered all the hours of the afternoon as happy – one of those uneventful times that seem at the moment only a link between past and future but turn out to have been the pleasure itself.”

I due linguaggi si prendono a pugni, si contendono la mia attenzione. La madrelingua è umile e gentile, mi viene in soccorso quando le parole dell’aristocratico patrigno inglese tardano a fluire. Provo a descrivere a me stesso il film visto – rivisto – l’altra notte, dopo che la merda della prima serata aveva fatto il suo corso e il palinsesto poteva sbizzarrirsi con film esotici. The golden door, che poi altro non era che Nuovomondo, e perché tradire l’originale, con la sua bella musicalità? Italiano e Inglese si mischiano al Siciliano, mentre seduto sulla poltrona guardavo quelli che emigravano e andavano incontro all’ignoto, senza reti sociali costruite a colpi di click. Ma poi mi abbandono alla storia, quante storie possiamo accogliere, di quante storie abbiamo bisogno? Parlerei volentieri di questo, ma non c’è nessuno ad ascoltarmi. Prendo nota mentalmente che devo dire alla mia amica che talvolta la solitudine non è così beata. Scrive Paul Auster in Sunset Park: “I did want to become a better person. That was the whole point. Become better, become stronger – all very worthy, I suppose, but also a little vague. How do you know when you become better? It’s not like going to college for four years and being handed a diploma to prove you’ve passed all your courses. There’s no way to measure your progress. So I kept at it, not knowing if I was better or not, not knowing if I was stronger or not, and after a while I stopped thinking about the goal and concentrated on the effort. (Pause. Another sip of wine). Does any of this make sense to you? I became addicted to the struggle. I lost track of myself. I kept on doing it, but I didn’t know why I was doing it anymore.”

Ma poi penso che devo andare a lavorare, qui non è il Primomaggio, il lavoro lo si festeggia ogni giorno lavorando, e penso che se mi sento in colpa è forse perché non ce l’ho fatta ad accettare lo svilimento di ricerche infruttuose, di carriere senza senso, di precariato avvilente. Felicità marginale decrescente! I miei vecchi studi mi riportano poche nozioni e io le ritrasformo in nuovi concetti (ho molto tempo per me): se dopo un certo livello di remunerazione economica la nostra felicità cresce di molto poco, allora perché sprecare il proprio tempo? Mi rendo conto che poco a poco mi sto chiarendo le idee: ciò si avvicina al groviglio più profondo ma non lo dispiega. Un’altra conversazione mi viene in soccorso: “ho sempre invidiato quelli che, come te, se ne fottevano delle convenzioni e, pur perdendo Tempo, andavano incontro alle proprie aspirazioni.” No, cari amici, non avete da invidiare il coraggio che ho avuto nel partire. Se mi sento in colpa è perché invidio il vostro coraggio nel rimanere, perché avete avuto in voi stessi, quando avete scelto il vostro percorso di formazione, tutte le alchimie necessarie per far precipitare i vostri talenti. “Laddove i bisogni del mondo e i vostri talenti si incrociano, là risiede la vostra vocazione”, diceva qualcuno.

Devo scrivere alla mia amica. Devo dirle che se, alla fine, non mi sento tanto in colpa è perché questa solitudine mi sta aiutando a scoprire la mia, di vocazione, e hai voglia a dire che la solitudine è una condizione interiore che in tanti, pur nelle prossimità urbane, possono provare. No, nel mio caso v’era la necessità di rimanere con me stesso, di raggiungere fattorie nel bel mezzo del nulla e guidare per centinaia di chilometri fino al centro abitato più vicino. Questi contadini, poi, sono un po’ strani, perché in tutto questo sudore e fatica fisica ti ritrovi tra le mani un libro con le citazioni di quel famoso aforista francese La Chautebriand, che non esito a tradire in questo inglese così plain: “A master in the art of living draws no sharp distinction between his work and his play; his labor and his leisure; his mind and his body; his education and his recreation. He hardly knows which is which. He simply pursues his vision of excellence, his Eudemonia, through whatever he is doing, and leaves others to determine whether he is working or playing. To himself, he always appears to be doing both.” Con questo si chiude il cerchio di quei pensieri che ho provato a descrivere a me stesso inutilmente negli ultimi giorni, e il fatto che ciò avvenga oggi è un sollievo: pur non esistendo qui il Primomaggio, faccio un augurio a chi, tra gioco e lavoro, stanziale o nomade, sta perseguendo la sua propria, piccola felicità.

Does any of this make sense to you?

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Anzac Day, il 25 Aprile australiano

Ogni tanto mi ricordo che il portale ANordestdiche mi dà l’occasione di pubblicare qualche articolo da questo pezzo di terra sottosopra nel quale sono da quasi un anno, ormai. Quale migliore occasione di questa giornata per provare a raccontare cosa significa il 25 Aprile in Australia? Per chi fosse interessato, quindi, è possibile leggere l’articolo qui.

In questo spazio più personale voglio invece aggiungere le sensazioni che ho provato questa mattina, quando all’alba ho partecipato al Dawn Service. Era ancora buio quando le prime parole dell’inno australiano risuonavano sul Five Rivers Lookout, punto di confluenza dei grandi fiumi che si incontrano nel Cambrige Gulf. Siamo nel Kimberley, a ridosso del Northern Territory. Lo scenario era drammatico, e la stessa transizione dal buio alla luce conferiva a quella che dopotutto è una normale cerimonia di alzabandiera l’aura di un accadimento.

Non mi dilungo molto, e per una volta lascio parlare poche, sfocate immagini. Quello che voglio dire è che nonostante la tristezza di non potere essere in madrepatria e festeggiare la ricorrenza che sento più mia, in quanto Italiano, ho avvertito una sensazione di pace nel notare i volti delle persone che seguivano attente una cerimonia che non è strumentalizzata da nessuna fazione politica, sulla quale c’è una memoria condivisa e che, soprattutto, serve da monito alle future generazioni per far sì che tali orrori non accadano più. Ho potuto constatare, seppur in minima parte e con l’ausilio di racconti e testimonianze, quello che mi era stato raccontato: che qui il 25 Aprile è la festa di tutti.

 

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La macchina del tango

Tutto cominciò per un refuso. Strano, pensò il direttore del giornale, insospettito dal fatto che la lettera T e la lettera F fossero sì vicine, sulla tastiera, ma poste su due livelli differenti, che anche battendo ad occhi chiusi si sarebbe dovuto percepire uno sfasamento. Ma ancor di più il direttore era insospettito dalla serie di circostanze che avevano portato tutti gli ingranaggi della catena editoriale a sorvolare su un errore così grossolano. Non rimase lì a rimuginare a lungo, c’è da dire. Il giorno successivo il caporedattore in persona avrebbe scritto una breve nota, l’avrebbe fatta apparire in un trafiletto in prima pagina e si sarebbe scusato dell’errore così pacchiano, che il fedele pubblico di lettori aveva già bollato – ne era certo – come irrilevante. E invece.

“La macchina del tango colpisce ancora”, recitava il titolo sbattuto in prima pagina. Un altro virgolettato nel sottotitolo chiariva che, ormai, la macchina del tango era diventata “questione istituzionale”. Tutto prese l’abbrivio lentamente ma in maniera inesorabile. Le persone avevano in odio i mezzi di informazione ma ne avevano sviluppato una dipendenza inspiegabile: i dibattiti che venivano invocati, le notizie scelte e, appunto, mediate, scandivano i pensieri e la vita quotidiana anche di quelli che provavano a rimanerne ai margini. Le notizie nuove facevano fatica a distinguersi da quelle vecchie, e ogni cosa che era già stata detta provava a spacciarsi per novità. Quel titolo era rimbalzato tra i social network, la carta straccia del giornale che il giorno dopo già marciva nella spazzatura aveva trovato una seconda vita, destinata a rimanere, se non eterna, archiviabile e recuperabile dalle future generazioni. Qualcuno ebbe l’idea: e tango sia!

Il comizio del candidato locale di un piccolo comune si sarebbe dovuto tenere quella sera stessa. Un manipolo di artisti e disoccupati e precari e insegnanti e qualche bambino aveva fatto da picchetto sin dalle prime ore del pomeriggio. Contro che si sciopera, chiedeva qualcuno, e la risposta in molti casi era un’alzata di spalle, un sorriso represso nello sguardo, come a dire “ma non te ne rendi conto”? Mai si era vista una piazza recintata da uomini inamidati in camicie bianche di lino e donne avvolte in neri tubini e in equilibrio su tacchi improbabili, bambini che reggevano cartelli con su scritto: “la macchina del tango sta per partire”. E si vedeva anche l’occasionale nerd, quello che fino a ieri provava ribrezzo per il suo attivismo telematico ma che eppure non sapeva rinunciarvi, reggere un cartello con la scritta “let’s dance this shit away”, forse non fidandosi di una traduzione nella bella lingua che avrebbe tradito la rabbia e il gioco contenuti nell’idea.

Al comizio rimasero il candidato e i suoi accoliti, sparuti giornalisti e un gruppo di irriducibili con la spilla del partito. Al candidato occorsero svariati minuti prima di accorgersi che nessuno dei presenti lo stava ascoltando, ma non per mancanza di buona volontà, bensì perché l’audio non funzionava: il fonico se ne era andato. Pochi vicoli più in là un violino e una fisarmonica erano partiti in contemporanea. Le note rimbalzavano sulle facciate scrostate dei palazzi e le ombre stuzzicate dai lampioni facevano una specie di girotondo sulla strada rugosa. Tutto il paese era lì, il prete e gli anziani, i bambini e gli impiegati, persino la polizia locale. In molti ballavano, altri guardavano, altri bevevano il vino in bicchieri di plastica come in una qualsiasi festa dell’unità. Alla fine del primo tango una voce si impossessa del megafono e urla: “questa sera non li ascoltiamo, questa sera balliamo”. Le grida di gioia, di irrefrenabile giubilo, non erano collegate al momento presente. Si poteva dire che non era la gioia temporanea di far parte di un evento circoscritto. Era la gioia di chi si libera di un peso a lungo portato e che, da ora in avanti, sarebbe diventato un ricordo.

Ben presto le grandi città rigurgitarono nelle piazze e lungofiumi e strade principali e secondarie una quantità inverosimile di persone che non divenne mai massa: sebbene indisciplinata, anarchica, totalmente pazza, l’idea stessa di quel tango come ribellione non tradì le origini e le atmosfere del ballo, e in ogni luogo gruppi di persone si separavano e prendevano a ballare per conto proprio. L’elicottero di una rete televisiva mostrò la panoramica della insolita protesta: una miriade di isole galleggianti nell’aria, isole fatte di persone. Nessuno urlava slogan, nessuno parlava a nome di un altro – nessuno parlava, a dire la verità. Ognuno partecipava perché aveva visto con i propri occhi oppure perché era stato preso per mano. L’audience televisivo dei telegiornali e dei programmi di approfondimento politico crollò da un giorno all’altro, e anche la scomparsa dei Like su Facebook venne registrata nel quartier generale di Palo Alto come una specie di terremoto virtuale.

Fu solo molto tempo dopo, quando le persone presero a notare piccoli miglioramenti nella vita quotidiana, cose normali che in altri paesi erano date per scontate, come per esempio essere pagate per il proprio lavoro, oppure quando notarono che una misteriosa entità, da qualche parte, aveva deciso che no, non era giusto licenziare quegli operai e che sì, era giusto tassare quelli con quelle barche così grandi, quasi come se per la prima volta, da secoli a quella parte, la voce inascoltata di chi grida le ingiustizie avesse trovato un recipiente attivo e volenteroso, che si trattasse di politica o di quella stessa non affatto trascurabile parte della popolazione affetta da cronica indifferenza e rabbia repressa che spesso si ritorceva contro l’altra parte nondimeno non trascurabile della popolazione, parti che avevano trovato infine un tacito accordo sul fatto che dopo 150 anni e oltre era necessario rimanere uniti, qualunque cosa questo significasse, che qualcuno pensò che in Italia era stata fatta per la prima volta la rivoluzione ed era stata fatta ballando. Un giornalista fece notare che la rivoluzione nacque da un errore. Seguì dibattito.

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Saggio sulla giornata riuscita

“In effetti esiste una canzone che potrebbe avere questo titolo. La canta Van Morrison, “il mio cantante” o uno di loro, e in realtà non si chiama così, prende il nome da una piccola località dell’America, peraltro insignificante, e racconta, sì, immagini di un viaggio in macchina fatto una domenica, giorno in cui la riuscita della giornata sembra ancora più difficile che in tutti gli altri giorni. Si tratta di una gita in due, con una donna probabilmente, narrata nella forma del Noi (dove la riuscita della giornata è un avvenimento ancor più grande che da soli): pescano sui monti, poi continuano il viaggio, comprano il giornale della domenica, poi continuano il viaggio, uno spuntino, poi continuano il viaggio, lo splendore dei tuoi capelli, l’arrivo della sera, e l’ultima riga, suppergiù così: “perché una giornata qualsiasi non può essere come quella?”. È una canzone brevissima, forse la ballata più breve che sia mai esistita, dura appena un minuto, e chi la canta è un uomo già quasi anziano, con qualche ultimo ciuffo di capelli, e di quella giornata si racconta più parlando che cantando, per così dire senza canto, suono, tono, un mormorare come di passata ma a petto tutt’aperto, che nel momento della massima apertura s’interrompe di colpo.
E forse la linea della bellezza e della grazia non può più prendere, al giorno d’oggi, una dolce sinuosità come al tempo di Hogarth, quel XVIII secolo che era inteso come una pienezza tutta terrena propria dell’epoca. Non corrisponde forse a uno come noi, adesso, il fatto che una forma come quella si frantumi in continuazione, finendo per incespicare, balbettare, ammutolire e zittirsi, per poi ricominciare e prendere vie traverse, pur se alla fine tende come sempre a un’unità, a qualcosa che sia un tutto? E non è altrettanto conforme a noi, adesso, alla fine del XX secolo, il fatto che siano operanti più le idee di una singola giornata riuscita che quelle di qualsivoglia eternità o di un’intera vita riuscita, purché non solo nel senso dell’ “Adesso è adesso” (inteso non certo come un “vivi alla giornata”) ma anche con la speranza – no, il desiderio – no, il bisogno – di immaginare, indagando gli elementi dell’intervallo di un giorno, pure un modello per uno spazio di tempo più grande, uno ancor più grande, il più grande possibile? Sì, perché il mio vivacchiare di adesso, da un giorno all’altro, dopo che sono sfumate tutte le precedenti idee sul tempo, senza alcuna conformità a una legge (sia pure lasciando essere ciò che serve per vivere), senz’alcuna relazione (con te, con quel passante), senza la minima certezza (che il momento di gioia di oggi si ripeterò domani o un giorno): un vivacchiare del genere, sopportabile in gioventù e a volte accompagnato (guidato?) perfino da una certa spensieratezza, ora si ribalta sempre più spesso in un grave disagio e con gli anni si fa per giunta rabbiosa irritazione.
Ma siccome questa rabbia non riesce a rivolgersi, com’era invece in gioventù, né contro il cielo né contro l’attuale situazione della terra né contro un terzo qualsiasi, mi rivolto io contro di me. Dannato, perché non vedo più noi insieme? Maledetto, perché già alle tre del pomeriggio la luce giù nel sentiero o il battere dei treni sui binari o il tuo viso non è più quell’evento valido per il più lontano futuro che ancora stamattina contava così tanto? Dannato, perché meno che mai riesco, in netto contrasto con l’immagine consueta dell’invecchiare, a trattenere, a capire, ad apprezzare i momenti della giornata e della vita? Maledetto, perché sono, nel vero senso della parola, così dispersivo? Dannato, maledetto, dannato. (Ma guarda, là fuori ad asciugare, sul davanzale dell’abbaino della casa a timpano, le scarpe da ginnastica del figlio del vicino, quel ragazzo che ieri sera, sotto la luce dei riflettori del campo qui in periferia, vedevamo pizzicare la cucitura della maglietta mentre aspettava che gli passassero la palla).”

 

Saggio sulla giornata riuscita, Peter Handke

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Preferivo l’odore del mare

È trascorso molto tempo dall’ultima cosa che ho scritto. Anche durante i momenti di silenzio virtuale, ho sempre avuto l’abitudine di scribacchiare su un taccuino, forse per mantenere il contatto con una parte di me che rimaneva sopita durante il giorno (ho sempre considerato lo scrivere come un atto notturno). Negli ultimi tre mesi non ho avuto voglia di scrivere nulla. Non ne ho sentito l’esigenza. Un’eternità mi pare trascorsa, e lo stesso atto di pigiare su questi tasti mi sembra ora ridicolo, affettato. Non ricordo come si fa.

Riprendo cose vecchie che non ho mai finito, che ho lasciato sonnecchiare nascostamente in una cartella. Parlavo di lavoro. Non era la prima volta che lo facevo: ho sempre danzato intorno all’argomento con fare un po’ fanciullesco. Quei girotondi mi aiutavano a lenire un senso di colpa.

Ho trovato su internet Lavorare Offline, una galleria di immagini che offre una panoramica di tutti quei lavori – raccontati attraverso uno scatto che immortala la misera vita di un misero essere umano – che escludono l’utilizzo del computer, e di internet. La nostra società terziarizzata e informatizzata continua ad avvalersi della parte fondamentale della catena di montaggio primordiale: ad ogni nuova tecnologia corrisponde un lavoro manuale che la rende possibile, e dietro l’impalcatura delle professioni c’è la rete di operai che mette l’olio negli ingranaggi affinché non si inceppino.

In rete trovai anche le parole di Erri De Luca, che in un intervento su Repubblica parlava dell’attività letteraria. Sapevo che quelle parole avevano un senso, anche se non sapevo cosa farmene. “Non posso chia­marla lavoro nel mio caso. Quello è stato ese­guito dal corpo che ha ven­duto il suo ser­vi­zio in cam­bio di sala­rio. Ho del verbo lavo­rare una noti­zia ristretta e manuale. Non le ho lasciate in pace, le mie mani, non le ho tenute in tasca o nel fodero dei guanti. Quando le uso per tenere aperto un qua­derno sopra le ginoc­chia e scri­verci qual­cosa, stanno riposando. Per me scri­vere è tempo festivo, oppo­sto al verbo lavo­rare. Il 1900 è stato il secolo degli ope­rai e del riscatto del lavoro manuale. Sca­duto quel tempo, dal riscatto si torna al ricatto del lavoro manuale: o si piega ser­vile, senza dignità e diritti o viene espulso.” Non ricordo più il sito dove lessi l’intervista.

Avevo lasciato decantare queste immagini e parole in attesa che trovassero una congruenza in me. Mi è tornata la voglia di scrivere perché ho lenito il mio senso di colpa. Mi si chiederà: e dovevi andare in Australia, in luoghi sperduti di poche anime, a lavorare la terra e dar da mangiare agli animali, a lavar piatti e a costruire cessi, a fare le pizze e a verniciare bungalow per far sì che non ti sentissi più in colpa al pronunciare la sola parola “lavoro”? La risposta è sì.

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Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – Prologo

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Tutto quello che so l’ho imparato a mie spese. Attento ai tuoi desideri, potrebbero avverarsi. La voce di Tim e gli accordi della sua chitarra fanno da contraltare al frinire delle cicale. Quando riceve la telefonata di sua moglie Jacqueline – la prima persona che avevo contattato per organizzare la mia esperienza in una organic farm – il trillo del telefono mi riporta alla realtà. Attorno alla fattoria di Tim ci sono chilometri e chilometri di nulla. Il centro abitato più vicino è Esperance, a un’ora e mezzo di macchina (nell’outback la distanza non si misura in spazio ma in tempo, oppure in cartoni di birra, mi viene detto). Adoro Tim, i suoi modi gentili e gli occhi azzurri che si stringono in fessure quando sorride. Tim ha davvero bisogno di una cosa ed io sono qui per aiutarlo: un cesso, o meglio, un cesso con lo sciacquone. La sua famiglia è in arrivo dall’Europa e tutto ciò che è disponibile per il soddisfacimento dei bisogni primari è una tazza adagiata sulla precaria sommità di un pozzo scavato a mano, protetta da tre paratie di alluminio e coperta da un panno che non lascia filtrare gli odori dalla fogna. Un sistema che funziona con i ritmi e i numeri della vita quotidiana, ma non quando valanghe di figli e nipoti si apprestano a trascorrere le vacanze natalizie in fattoria. Peccato che io non sappia fare nulla. Come posso essere di alcun aiuto quando a malapena posso appendere un quadro che non abbia pretese di essere rimirato troppo a lungo?

Nonostante la disperazione di questi giorni solitari, sento che c’è dentro di me una fiammella. La osservo con la coda dell’occhio mentre la mia intera visione è centrata sul grande cielo sopra di me. Incredibile cosa può fare un cielo stellato all’anima di un uomo. Questa piccola fiamma di speranza che la mia vita è degna di essere vissuta, senza rimpianti e senza auto denigrazioni, è molto debole e ha bisogno di essere continuamente alimentata. Non riesco a comunicare bene con Tim e per questo mi sono dato il compito di manovale. Abbiamo iniziato e quasi finito il cunicolo lungo il quale passerà il tubo di scarico. Un lavoro moderatamente duro, reso però infame dal miliardo di mosche e formiche che sovrapopolano il cortile. Quando vado in città devo ricordarmi di comprare uno di quei cappelli con zanzariera incorporata. Con quello e con la barba lunga, vestiti da lavoro, guanti e piccone in mano, pelle bruciata dal sole, sono irriconoscibile. La nostra idea di cesso sarà realtà in due settimane. Costruire una casa, dice Tim, non è molto dissimile: si comincia con un’idea, la si smonta in piccoli sistemi e si rendono questi sistemi autosufficienti e funzionanti, capaci di resistere alle eccezioni che per loro natura vi sono insite. Solo alla fine si collegano i risultati pratici di queste idee con il mezzo di volta in volta più opportuno: tubi, cemento, legno, mattoni o ceramica. Poco importa, quello che conta sono le idee.

Chris è il ragazzo canadese che come me fa volontariato – wwoofing – in questa fattoria di mucche e agnelli. È davvero in gamba. Ha 26 anni ma sembra avere tante risorse. Lo immagino perso nel deserto, senza mezzi e con la sua sola intelligenza, e lo vedo tornare indietro sano e salvo, con il sorriso sulle labbra. In questi primi giorni di lavoro ho fatto quel che lui diceva. La mia coscienza fortemente illuminata dalla splendente solitudine dell’outback continua a dirmi che sono un incapace. È chiaro che non posso andare avanti così, devo prendere delle contromisure, quindi tanto vale ammetterlo una volta per tutte: non so fare nulla. Se mi perdessi nel deserto probabilmente avrei appena le energie per scavarmi una fossa. Non so nulla di tubature e di falegnameria, e va da sé che non so costruire un cesso. Mi verrebbe da dire che sono un fallimento, se non fosse che il vero fallimento è la paura di provarci. Di sera ho provato a fare la pizza, o meglio a dotare di una forma genuina l’ammasso di pasta che ci è stato comodamente restituito dal robot tuttofare Thermomix©. La giornata finisce improvvisamente, mentre penso che non sia possibile che in due settimane il nostro cesso sarà completo, e soprattutto non riesco a quantificare l’utilità del mio apporto.

continua


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Storie di Freo

Stamattina mi ero svegliato infastidito dal gracchiare degli onnipresenti corvi e dalla musica proveniente dalla stanza di uno sconosciuto nuovo coinquilino. Seppure il silenzio è dentro se stessi che bisogna trovarlo, avevo bisogno di un qualcosa di meno astratto. E allora, non sapendo bene se mi sarei fermato su una spiaggia a trascorrere pigramente il mio giorno libero, mi sono ritrovato sul treno che mi ha portato a Fremantle. Ho sempre pensato – anzi, sono giunto alla conclusione – che un racconto di viaggio non deve essere una mera cronaca e una descrizione, per quanto accurata, dei luoghi in cui ci si imbatte. Dovrebbe piuttosto registrare le sensazioni che il luogo trasmette. Il racconto è una rappresentazione, non importa quanto veritiera: lo è per definizione. Anche il supporto della fotografia mi è sempre parso ipocrita, come a dire: questo è quello che ho visto, non è magnifico? Senza dubbio questo è a volte il metodo migliore, ma nel caso di Fremantle non mi pare funzionare. Certo, gli edifici vittoriani color pastello, oppure la Round House, l’edificio più antico di tutto il Western Australia, valgono una foto e una descrizione quanto più possibile oggettiva. Vorrei poter descrivere le stradine allegre e colme di cafe alla moda, oppure trasmettere la sensazione di pace che provo sedendo qui, sul molo che sorveglia una spiaggia desolata, nella baia abbracciata dal faro sul lungo pontile. Eppure, ciò che questo luogo rappresenta in prima istanza – ciò che evoca – è la sua storia.

Storie che si tramandano. George Kailis era arrivato qui nel 1914 da un’isoletta greca chiamata Kastellorizo. David Gilmour ha anche dedicato un pezzo a questo che deve essere un vero e proprio paradiso. Non doveva esserlo, però, negli anni prima della grande guerra. Greci, Croati, Portoghesi e Italiani – parecchi Italiani – compirono viaggi di più di 100 giorni a bordo delle prime navi a vapore. I più poveri dovettero imbarcarsi come equipaggio mentre per i più ricchi fu una lunga crociera. Tra speranze e malattie finalmente arrivarono, e a quel punto il destino tornò ad essere uguale per tutti: quella era la loro nuova vita e fu proprio Fremantle ad accoglierli. A quei tempi non esisteva ancora il lungo pontile e lo sbarco deve essere stato difficoltoso, se come probabile l’Oceano Indiano era in tempesta. Tutti avevano in mente le locandine che nella vecchia Europa dipingevano l’Australia come una terra fertile e ricca di opportunità. Eppure, quando arrivarono, furono in pochi a non provare una sensazione di smarrimento di fronte alle strade polverose e ai severi controlli della dogana australiana. Temevano che il sole inflessibile avrebbe desertificato anche le loro anime. Kailis evidentemente non si fece scoraggiare. In poco tempo divenne il primo distributore di pescato in WA, divenne presidente della comunità greca e ebbe il privilegio di incontrare la Regina nel 1956. Dopo 75 anni, il figlio di Kailis serve a locali e turisti il migliore fish and chips della città. Ora, la garanzia di freschezza e alti parametri di qualità mi hanno convinto a pranzare qui. Lo faccio in un momento in cui sono ossessionato dal dilemma dell’onnivoro selettivo, di cui vi parlerò un’altra volta. Il posto è anche famoso per il suo gelato al fish‘n’chips. Nonostante nutra un profondissimo rispetto per la storia di questa famiglia greca, ritengo più opportuno fermare qui le mie esplorazioni culinarie e dirigermi invece verso la Little Creatures Brewery.

Storie che si intrecciano. Il mare è il comune denominatore. Lo osservo mentre siedo all’aperto del patio della birreria. Lo spazio è conteso tra i tavoli e i banconi che servono per ospitare il mondo esterno e i barili e i macchinari per la fermentazione della birra. Tutto pare in perfetta armonia: il ronzare inconsapevole dei bollitori e il brusio della prima folla pomeridiana, rada e rilassata al ritmo della nuvolosa controra. Quando si confrontano le storie delle comunità Aborigene con quelle degli Australiani, non ha più senso parlare di immigrati di seconda o terza generazione, o di origini o di radici culturali. Per i nativi, coloro che sono arrivati a bordo di grandi navi saranno sempre – anche a livello inconscio – gli oppressori. La maggioranza degli immigrati venne dall’Italia, e la maggioranza di questi era di Capo d’Orlando e di Molfetta, città oggi gemellate con Fremantle. Tutt’oggi le loro vergini vengono portate in processione una volta all’anno per benedire la buona fortuna dei pescatori. Si venne qui per fuggire da qualcosa, ma non da tutto si poteva fuggire: durante il ventennio fascista i lavoratori italiani vennero internati e allontanati dalle corporazioni che pure avevano contribuito a fondare. I Britannici poterono così riaffermare la propria supremazia senza davvero meritarlo. Penso a queste cose e mi paiono non avere senso, fin quando William non viene a riprendersi il bicchiere. Ha i dread biondi, i pantaloni colorati e un’aria spiritata. Il dress code non deve essere molto stretto, qui. Non credo di avergli detto di avere mangiato dal greco ma lui sollecitamente mi dice di odiarlo. Aveva lavorato per più di dieci anni in un ristorante a conduzione familiare – un vero ristorante – e la vista del molo e la reputazione del proprietario che consegnava personalmente al cuoco, ogni mattina, il pesce fresco, erano valse una discreta fama. Fin quando non sono arrivati Kailis Junior e i suoi fratelli, e con un’offerta oscena hanno comprato tutto e piazzato il loro logo sugli ombrelloni. E cominciato ad usare i loro distributori.

William mi porta il secondo bicchiere e si fionda nell’area sabbiosa del cortile, dove due pargoletti si stavano disputando l’attenzione di una biondina  a suon di colpi di paletta. Quella che sto per bere è l’American Pale Ale della casa. Ha un colore chiaro e un sapore fruttato. Il luppolo proviene dagli USA, lungo la cui costa ovest tre ragazzi australiani viaggiarono per mesi verso la fine degli anni ‘90, facendo l’autostop da un posto all’altro, percorrendo lunghe strade come erano abituati a vederle nel loro continente: strade che parevano allargarsi man mano che si procedeva, per poi scoprire che era solo l’effetto della luce del sole, l’asfalto rovente che si dilatava e perdeva dentro un magma fumante. Nella loro peregrinazione senza meta si imbatterono in numerose piccole birrerie e avevano scoperto il gusto insolito della Pale Ale: fruttata ma amara. Gli australiani ne sarebbero andati matti. E così la loro birreria ha conosciuto un’inarrestabile fortuna nei dieci anni a venire, vincendo numerosi premi. Poi è successo che sono arrivati i Giapponesi, e pur non cambiando nulla è cambiato tutto. Il sapore della birra è per me straordinariamente ricco, eppure mi viene detto che una volta era diversa. L’espressione desolata non lascia dubbi: quella diversità che non c’è più è una perdita e non un’evoluzione. Magari i soldi orientali consentiranno alla birreria di tornare a contrattare una buona materia prima dalle terre statunitensi, ma ho l’impressione che sia meglio tenere per me quest’opinione: ci sono persone per cui una volta è sempre meglio. Ma la storia non è un processo lineare – si avanza a tentoni, si prendono decisioni e alcune sono giuste e altre sbagliate e altre sono condizionate dal puro caso – e allo stesso modo queste storie raccontano in maniera ambigua un futuro che non è all’altezza del suo passato. L’unico possibile, tuttavia, penso mentre finisco in fretta l’ultimo bicchiere. Gli avventori si moltiplicano e il cielo comincia ad imbrunire. Tra la birreria e la stazione c’è l’intera città di mezzo, e la percorro tutta – tra i cartelli luminosi che si stagliano nell’aria frizzante della sera – con passo leggero leggero.

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