Chi non salta bianco è

Qualche regista ogni tanto ci azzecca a prendere un brandello delle quotidiane interazioni tra membri di una data società/comunità e riproporlo caricaturizzato fino all’estremo in un film. Nell’Italia di oggi, e nella Napoli che dell’Italia è in fondo sia specchio frantumato che fiorente laboratorio di variegato capitale umano, mi pare di vivere in una scena di uno di quei film di Spike Lee dove i negri si parlano addosso sovrapponendo voci e gesti senza mai arrivare a nulla, in un vorticoso effetto loop dal quale non c’è scampo. Utilizzo l’appellativo negri e non neri o persone di colore perché è il medesimo appellativo utilizzato dagli stessi negri per richiamarsi alla loro comunità. Ovviamente so benissimo che è permesso soltanto a loro chiamarsi tali, e né mai io mi sognerei, nel mio schifoso buonismo, di rivolgermi a loro con tale appellativo. Ma qui parliamo dei film di Spike Lee e in questo caso quindi mi è concesso.

Anche per manifestare il proprio disinteresse si prende perversamente parte, però, a quella giostra impazzita la cui prossima corsa si vuole saltare. Parlare di un oggetto senza mai nominarlo, giungere a conclusioni senza mai formularne le ipotesi. Se per descrivere il nulla si può fare un film, altrettanto valido è il tentativo di prendere le distanze da quella realizzazione artistica senza mai nominarla, senza nemmeno evocare degli indizi che potrebbero materializzarla dinanzi ai vostri occhi. Ma voi avete già capito, voi come me avete le vostre opinioni e ci tenete a farle sapere, voi state sul pezzo, voi come me appartenete a una fazione, fosse soltanto quella degli indifferenti e siete pronti a divulgarne il rispettivo verbo, e come me vi schierate dalla parte dei neri (il film è finito), dalla parte delle donne o dalla parte degli uomini. Ma poi, dopo tanto parlarci addosso come nei film, si arriverà a un (risolvimento) finale, a un giudizio condiviso? Insomma, se la Storia è finita è la storiografia ad essere infinita? Quel ministro donna a quelle opportunità sempre un po’ dispari, ministro per giunta di colore, è stato un buon ministro oppure uno che meritava di essere sostituito, con il rispettivo ministero destituito? Esiste poi un valore la cui superiorità morale possa sempre farcelo preferire ad altri, giudicati unanimemente di rango qualitativamente inferiore? A parità di merito è preferito il candidato più giovane, ci viene detto a noi giovani e meno giovani, e chissà cosa avrà pensato quella donna che compiva bene il suo lavoro al Ministero degli Esteri quando le è stata preferita una candidata più giovane, nonostante il fatto che di merito vi fosse una palese sproporzione a favore della prima piuttosto che la seconda. Non fare nomi e cognomi non serve a nulla, me ne rendo conto, sono buonista ma non stupido, ma vorrei astrarre queste due semplificazioni per vomitare un po’ del mio disgusto per quelle opportunità che pari – eguali – non sono e saranno mai, perché c’è sempre uno un po’ più in pari dell’altro.

Ma ciò che esiste si ha il diritto a raccontarlo, anche se non racconta di me e di te in modo veritiero, e si ha anche il diritto di farne un’opera d’arte attraverso lo sberleffo, tramite l’attivazione nello spettatore/osservatore dei sensori dell’empatia/senso di ingiustizia. Una donna di colore vince l’Oscar mentre un uomo di colore viene ammazzato senza motivo da un poliziotto bianco nel paese dove per la prima volta è stato eletto un presidente nero. Le impari opportunità sono in tal senso molto equanimi, arrivano dappertutto, liquide e tentacolari, ancestrali e recondite, a quanto pare inestirpabili.

Allora all’arte bisognerebbe concedere il beneficio del dubbio, perché ogni tanto ci azzecca e noi, nel migliore dei casi, non capiamo un cazzo e avremmo il dovere di stare zitti. Che cosa siamo se non una scena di un film di Spike Lee, cosa siamo se non una fattoria degli animali o dei grandi fratelli? Ma non è che lo dico io, eh, sono i numeri che lo provano: le pelli di colore diverso sono discriminate (e se ci si fa un giro nelle comunità cinesi ci si rende conto che l’assunto è valido in entrambi i sensi, questo giusto per dissipare quell’etichetta di buonista che sono sicuro mi avrete già affibbiato), i selfie-made-men sono in continuo aumento e anche i valori di pari opportunità e giovane età non stanno tanto bene.

Eppure, se mi conosceste dal vivo capireste che di solito non la faccio tanto lunga, volevo solo dire che le uniche donne che mi ispirano poca fiducia sono quelle che vedo al tiggì sedute tra gli scranni a scannarsi, mentre tutte le altre donne che conosco, che frequento e che – sono sicuro – continuerò ad incontrare, sono donne cazzutissime, e mi scuso per il secondo termine sconveniente e vagamente maschilista del post, ma lo dico in buona fede: ho conosciuto tanti uomini di merda ma di donne di siffatta risma no, veramente poche. E poi, più che Spike Lee avevo in mente Woody Allen, che spesso fa terminare i suoi film in modo improvviso e senza senso alcuno.

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Il corpo lo sa

Il corpo sa quando ha bisogno di piangere o di ridere, quando vuole un abbraccio o vuole stare in solitudine, quando vuole viaggiare o vuole essere stanziale, quando ha fame e quando ha sete e di cosa ha fame e di cosa ha sete, quando ha bisogno di un orgasmo o di una penitenza. Il corpo lo sa e non lo dimentica. Non te lo comunica, forse. Non dimentica nemmeno nella malattia, è solo la tua mente che non riesce più a leggerlo. E allora serve conoscerlo, quel corpo, serve che non si fidi delle interconnessioni nervose che a volte paiono funzionare come una lampada la cui luce va e viene ad intermittenza. Imparare a leggere il proprio corpo come uno spartito musicale, con il vantaggio che non è così difficile come quest’ultimo: ci sono poche regole e ben più spazio per le improvvisazioni. Inutile forzarlo. Gli si dia piuttosto l’agio di una torsione dolce e graduale, partendo dal bacino e voltandosi con la testa indietro, quasi come a voler fare retromarcia. La mente andrà incontro alle paure inconsce. Solo in quel caso potremo tornare a darle ascolto, fermo restando che è al corpo che ci rivolgeremo con la nostra preghiera laica, perché lui sa tutto quel che c’è da sapere su noi stessi.

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Oblio

Il grande segreto si dà quando uno non ha più niente da nascondere e nessuno allora lo può più afferrare. Da ogni parte il segreto, e niente da dire. Gilles Deleuze – Conversazioni

Dopo aver fatto yoga prendo sempre il treno per tornare a casa, ma dopo una lezione come quella di ieri (le posizioni all’in piedi sono energizzanti) avevo voglia di camminare, se non fino a casa almeno fino alla stazione centrale. È bello camminare per la città sotto la pioggia, soprattutto quando la città in questione la pioggia la odia. Camminare sotto la pioggia allora mi dà l’impressione di farmi ritrovare faccia a faccia con la città, di seguire un mio percorso personale fatto di vicoli e scorciatoie e tettucci sotto i quali ripararsi, piuttosto che essere irreggimentato nella folla amorfa che mi sta un po’ antipatica. Quando devio dall’ordinario mi aspetto sempre che qualcosa di straordinario accada. Se perdo il treno perché mi sono attardato a vedere la vetrina della libreria, ciò vuol dire che nel treno successivo succederà qualcosa, oppure significa che devo tornare indietro e comprare quel libro il cui titolo mi aveva colpito. Non so se rendo l’idea. Ma il giochino funziona se non si è troppo coscienti di esso. È per questo che solo retrospettivamente ho dato all’incontro con lei, sotto la pioggia, di fronte all’Università che un tempo frequentammo insieme, quel carico di inaspettato e magico al tempo stesso.

Un capolavoro è a volte una cosa che non si capisce molto bene, una cosa incerta, dai confini spuri. Non è questa una delle caratteristiche dei capolavori? Ma un capolavoro è anche una cosa riuscita alla perfezione, che non ha difetti. Come arrivare in fondo al sillogismo, dunque? Dobbiamo spiegarci la perfezione con il surrogato della nostra immaginazione, che va a colmare quel vuoto lasciato dai difetti connaturati in ogni cosa. C’è questo passaggio chiave in The Master, secondo film della mia personale serie commemorativa dell’attore appena scomparso: Seymour-Hoffman è il maestro, un ciarlatano imbonitore precursore dei venditori di verità che verranno, e nell’evoluzione della sua teoria c’è lo spostamento di focus dal ricordo all’immaginazione quale chiave di volta per scardinare ciò che si frappone tra l’uomo e la sua realizzazione.

So che è poco credibile, eppure a quella ragazza mi era capitato di ripensare di recente. L’avevo fatto perché notavo che di tutte le persone del mio passato, del passato più prossimo, mi è rimasto un ricordo che si contamina ogni volta nel parossismo del social network. Lei era l’unica, a ben vedere, dato che è una delle poche persone a non esserci su Facebook, il cui ricordo si annidava tra il chiaroscuro che c’è tra oblio e immaginazione. 

Sebbene avessi voluto vedere il film per la presenza dell’attore appena scomparso, è un’altra faccia quella che alla fine mi è rimasta impressa: la faccia di Joaquin Phoenix nei panni di Fred Quell, reduce di guerra in cui l’oblio degli orrori si innesta nell’immaginazione drogata dall’alcol e dalle nevrosi. Lui non è il maestro bensì il servo, il soccombente, colui che affida la sua salvezza alle mani di un altro. Non si può dire chi è che predomina in questa relazione tra l’imbonitore di successo e il reietto dalla camminata curva. Una cosa incerta, non definita, come la debolezza che alla fine si rivela come strumento di forza perché è dall’accettazione della debolezza che nasce la libertà. Fuori continuava a piovere ed io mi attardavo sui titoli di coda. Avevo avuto l’impressione di aver visto un capolavoro, una storia in cui niente va per il verso giusto, alchimia necessaria per raggiungere la perfezione.

Avevo poco sonno e mi ero attardato su Facebook. Scorrevano i video della vita dei miei amici: era tutto là, non si può dimenticare nulla, tutto è salvato dall’oblio ma non resta nulla da ricordare.Forse io e quella ragazza pensavamo le stesse cose quando ci siamo voltati indietro e guardati per un attimo sotto la pioggia. In fondo, durante quelle poche volte in cui ci eravamo parlati all’Università, mi era sempre parso che la mente dell’uno fosse un libro aperto per l’altro, in cui uno completava quel che l’altro non sapeva di voler dire. Io sostengo che le relazioni funzionano quando il silenzio funziona, ma attenzione, deve essere un silenzio che lascia presupporre non il vuoto, bensì una comunanza. È quindi sempre la parola a vincere, quella che sgorga senza costrizioni. Se c’è quella in comune allora si può anche tacere. Un po’ come lo scrittore che omette di dire: se egli sa ciò che omette allora crea mistero e stimola l’immaginazione del lettore, altrimenti sta barando, vuole tenerci incollato ad esso con un espediente non sapendo che così facendo finirà presto nell’oblio.

Tra me e quella ragazza avrebbe potuto funzionare. Eravamo entrambi fidanzati all’epoca, credo, e poi ci siamo persi di vista. Credevo sarebbe andata via, che avrebbe trovato altrove la sua realizzazione, e invece era là di fronte all’Università. Forse anche lei aveva pensato che non sarei più tornato. È una consolazione non poter rivedere il video della sua vita su Facebook: avrebbe tolto tutto all’immaginazione. A volte l’oblio è la cosa più giusta. Avrà pensato la stessa cosa quando, sotto la pioggia, entrambi senza ombrello, ci siamo guardati e sorriso per un attimo e poi ripreso la nostra strada verso casa senza parlare, con la sensazione di preferire un ricordo. Un ricordo salvato dall’oblio.

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Un’idea fissa

Li ho visti andare e venire, attraverso continenti e oceani, ma ho nascosto le tracce dei loro passi. Dove soffio io, non resta più nulla. Sono io che dico l’ultima parola. E poi verrà il silenzio. Un giorno bisogna spogliarsi anche della menzogna legata all’identità che ci siamo portati dietro dalla nostra patria. Nel farlo proviamo un grande sollievo, ma in quella complessa nudità, in quell’impudicizia avvertiamo poi un che di spaventoso. Un giorno sentiamo che la nostra identità vacilla, inizia a sgretolarsi. Ce ne ricordiamo ormai come di un’idea fissa.

Sándor Márai – Il sangue di san Gennaro
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Contatti di solidarietà

Un coniglio di giada made in China viaggiò fino alla Luna per dire la sua verità. All’unisono gli uomini distolsero lo sguardo dall’astro, e videro che non avevano nessuno da guardare negli occhi. Bisognava rilanciare il consumo, qualcuno aveva detto. Altri invece dissero che era la produzione a dovere essere spostata. Qualche folle aveva sostenuto che bisognava decrescere. Oltre a diventare poveri, questi individui furono i primi a sentirsi soli. Per loro furono creati i contatti di solidarietà: con un piccolo contributo mensile si sarebbe potuto accedere al capitale umano rimasto inutilizzato. Il coniglio di giada era made in China ed aveva già esalato i suoi ultimi bip, che con l’aiuto di un interprete fasullo vennero tradotti pressappoco così: “buonanotte, umanità”.

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Se questo è un libro

Sono passati tre anni da quando mi espressi sulla Giornata della Memoria su questo blog. Tre anni, un tempo lunghissimo. Ora non mi azzarderei mai a scrivere una cosa del genere. All’epoca feci le mie ricerche, cercai di risolvere un dilemma morale, di contribuire al dibattito. Ora vi rinuncio. Ci sono troppe voci in giro, rinunciare ad aggiungerne un’altra è un atto di pudore. Non rinuncio alla vanità di segnalarvi quel testo, mi direte. Al contrario: ve lo segnalo perché non mi appartiene più.

Se scrivo questo post è invece per segnalarvi delle testimonianze letterarie sull’Olocausto che non siano la citatissima opera di Primo Levi (che tra l’altro mette in secondo piano altri libri di rilievo di questo scrittore dei quali prima o poi bisognerà parlare: Il sistema periodico e La chiave a stella).

La prima è un capolavoro a fumetti che lessi tanto tempo fa e che ora non trovo più: Maus di Art Spiegelman

La seconda è un libro fuori catalogo che non ho mai letto ma di cui ho sentito parlare oggi su Rai Storia: Il grande viaggio di George Semprùn.

Infine, il libro che ho attualmente sotto mano e di cui mi accingo a tentarne la lettura per la seconda volta: Le benevole di Jonathan Littel. C’è un tempo per ogni libro, dicono. O meglio, bisogna che un certo tipo di letteratura tocchi le tue attuali corde, dico io. Ora che mi trovo in questo stato dubitativo, in cui un non lo so è la risposta migliore, in un momento in cui sono così inflessibile nel condannare la mia e vostra ipocrisia, sono sicuro di riuscire a finire un romanzo la cui introduzione termina così:

There were always reasons for what I did. Good reasons or bad reasons, I don’t know, in any case human reasons. Those who kill are humans, just like those who are killed, that’s what’s terrible. You can never say: I shall never kill, that’s impossible; the most you can say is: I hope I shall never kill. I too hoped so, I too wanted to live a good and useful life, to be a man among men, equal to others, I too wanted to add my brick to our common house. But my hopes were dashed, and my sincerity was betrayed and placed at the services of an ultimately evil and corrupt work, and I crossed over to the dark shores, and all this evil entered my own life, and none of all this can be made whole, ever. There words are of no use either, they disappear like water in the sand, this wet sand that fills my mouth. I live, I do what can be done, it’s the same for everyone, I am a man like other men, I am a man like you. I tell you I am just like you!

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The suburbs

Probabilmente gli artefici dell’edilizia popolare, architetti e ingegneri e politici e chissà chi altri, non avevano ben presente l’effetto devastante che chilometri e chilometri di bruttezza affiancati orizzontalmente e verticalmente in materiali scadenti e colori opachi avrebbero prodotto, seppure a livello inconscio, su quella fetta affatto trascurabile di popolazione o popolo che ivi sarebbe stata destinata a vivere. Oppure sì, avevano preventivato che da qualunque angolazione, in qualsiasi evento climatico, in ogni cosiddetta stagione della vita, insomma, che si voglia intenderla come la finitissima esistenza di un individuo oppure la leggermente più lunga e significativa estensione di un ciclo socio-economico di una data società, quella bruttezza sarebbe stata così evidente e scontata che avevano respinto al mittente quelle critiche che, chissà, erano state proferite dallo stesso mittente per atto dovuto e non perché si credesse che la critica di quella bruttezza avrebbe potuto sortire un qualche effetto benefico, stante che tutti i parametri di efficienza-costo-opportunità erano stati rispettati in pieno.

Dando quindi per scontata l’oggettiva irrecuperabilità di una sensazione estetica positiva, bisogna ricondurre l’estasi che ho provato alla visione, ieri sera, di una serie di palazzoni tutti identici visti da una stazione della periferia di Napoli, esclusivamente a uno stato d’animo.  Certo, c’era una luce crepuscolare molto favorevole, l’aria era pulita anche se in quella periferia si condensano i fumi dell’industrializzazione cittadina residua e made in china, aveva piovuto durante la mattinata e forse, complice quell’acqua, l’ocra sbiadito aveva avuto gioco facile nel conservare gli ultimi riflessi del sole, serbandone il rosso. Un astro non identificato, poi, faceva capolino (nei quadretti estatici c’è sempre un astro a far da capolino).

Lo stato d’animo è quello di una persona che torna nella sua città e le tende una mano, e nel farlo si accorge che bisogna andare in quei luoghi là. Per dirlo meglio, se si intende avvicinarsi ai margini della società (per una qualsiasi ragione, anche la più utilitaristica) intesa come conglomerato di misere esistenze umane, bisogna anche cercare di comprendere quei luoghi dove quell’esistenza si svolge e perdonarne la bruttezza, dato che ad altri non è stata data altra scelta. Ma vi prego di non pensare ai buoni sentimenti, quelli ora non c’entrano proprio. E che non mi si dia del volenteroso, nemmeno: se davvero lo fossi imbraccerei una macchina fotografica, anche la più scadente dato che – come noto – per fare una buona fotografia non occorre nessuna apparecchiatura di rilievo, e girerei per le periferie di questa città e proverei a sorprenderle nei momenti di luce crepuscolare e nelle epifanie di vite parallele invisibili a più ma eppure presenti, congenite, nonostante gli artefici dell’edilizia popolare.

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Krishna’s Arrow

“What about Krishna’s arrow?” I asked. McGinnis stirred slightly. He had it all prepared in his mind. “It’s that scene in the Bhagavad Gita. Krishna is explaining to Arjuna what his attitude to action must be. Arjuna is about to lead his army against the evil Kauravas on the battlefiled of Kuru. The kauravas are the tundre sons of the blind king Dhritarashtra. But they are also Arjuna’s cousins, his blood, so to speak. He asks Krishna if it is moralo to shoot his bow in anger at them. It is curious, because everyone thinks Hinduism is all about inaction, passivity, renunciation. But not at all. Krishna says, in effect, “by all means, shoot your bow.” It is in fact moral to act, to be decisive. But it is not moral to attach yourself to the fruit of that action. When you no longer care where the arrow strikes, or if it strikes, you shoot with unerring determination and accuracy. You become the unattached arrow, liberated from its purpose and effect – but you also become pure action. I wonder if this idea made its way across the centuries to China, so that Lao-Tzu could say, “The highest man is at rest if dead, and in movement he is like a machine. He knows neither why he is at rest, now why he is not. Nor does he know why he is in movete and why he is not.” So freedom, you see, is like being a machine – or a dog.”

Lawrence Osborne, Bangkok Days

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Una cosa semplice

Che poi, al rischio dell’autocompiacimento non sfugge nemmeno chi invoca la semplicità. Men che mai il sottoscritto, che ieri per inveire contro le derive della lingua italiana ha dimenticato di dire quel che voleva dire, che era una cosa molto semplice invero. Io sono un non credente. Il che è cosa diversa dal dire io non sono credente. Non sto negando di esserlo ma sto affermando il contrario. Questa è una cosa molto semplice da dire, e però quando ho sentito parlare di non credenti che si avvicinano, secondo il loro modo e i loro tempi, al mondo della fede, mi è sempre parsa una cosa molto complicata. Non è complicata. Io stesso l’altra sera sono capitato in chiesa, e non uno il verbo capitare a sproposito. Ero entrato nel chiostro della Basilica di Santa Chiara perché volevo osservare l’opera di un famoso artista, forse francese, che l’anno scorso pare abbia tappezzato la città con le sue opere “neo-rinascimentali”. Purtroppo, dell’angelica figura in questione rimaneva soltanto una testa mozzata e scritte volgari. Il classico refolo di vento e alcuni cani inquieti mi avevano convinto poi ad entrare nella chiesa, nella quale non mettevo piede da molto tempo. L’interno della Basilica è molto semplice: un’unica navata, soffitto a travi di legno incrociate, piuttosto alto, e cappelle laterali nelle quali timidi dipinti di santo risiedono. Era in corso una messa, e mi sono accomodato sulle lunghe panche. All’inizio osservavo gli altri avventori. Quelli che erano dietro, come me, non avevano nessuno con cui scambiare il segno della pace. Avevo provato poi a prestare attenzione alle parole del prete, sperando che egli fosse davvero una guida e non un semplice intermediario. Difficile, per chi non ha fede, ritrovare nei riti liturgici, recitati da tempo immemore immutati, una qualche verità. Forse mi sentivo semplicemente solo, fatto sta che riassaporavo tra me e me quel dubbio che mi porto dietro da un po’ di tempo, il fatto cioè che a volte temo che la ricerca della felicità per come la intendiamo noi, esseri umani nati dalla fine degli anni ’70 in poi in questa parte fortunata di mondo, leggasi odierna società occidentale consumista (ed edonista), sia un po’ immorale. Questa vorrei spiegarla meglio, ma a cosa servirebbe? Mi dilungherei inutilmente e a voi non interesserebbe. Vi basti sapere che all’uscita della chiesa ho conosciuto due donne della comunità di S. Egidio, e ho chiesto loro informazioni su come fare per servire da volontario durante la cena di Natale. Mi avviavo così con spirito felice verso il luogo dell’appuntamento di quella sera, appuntamento al quale guardavo ora con benevolenza perché mi avrebbe permesso di scrollarmi di dosso quell’eccesso di introspezione, quando mi sono sorpreso ad ignorare vari questuanti che chiedevano la carità. Volevo tornare indietro per cercare di riparare, per capire, e poi mi sono reso conto che ho tante domande e non so a chi farle.

 

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Lingue dei paesi tuoi

L’Italiano è la lingua che abito. Non l’ho detto io, l’ha detto La Capria, scrittore napoletano. Parlare italiano mi era mancato, e quando sono tornato mi era parso strano dovermi abituare all’idea di ritornare a parlarlo ogni giorno, esprimere con esso bisogni primari e desideri astratti. All’inizio mi è stato difficile. Sia chiaro, non ero diventato come uno di quelli che, dopo una lunga permanenza all’estero, affettano un vago accento straniero e forme totalmente sgrammaticate. Eppure facevo fatica a ritrovare la fluidità. E ora che ho riabbracciato la mia lingua, ora che con essa rileggo libri e ritento scritture, ora che posso riapprezzare la semplicità di un Calvino o di un Tabucchi o dello stesso La Capria, mi adiro quando leggo le complicanze retoriche delle quali la nostra lingua è afflitta. Il burocratese, le parole difficili, i gerghi, i periodi lunghissimi, le subordinate nascoste, i verbi obsoleti. Ma non solo: pericolose e subdole derive sono il linguaggio pubblicitario, i sentimentalismi a buon mercato, i dizionari dei luoghi comuni. Tutto ciò non affligge solo la parola scritta ma tanto linguaggio di uso comune che ci viene propinato nella sua forma più ributtante, che ci viene vomitato addosso dai media. Ricordo di aver letto da qualche parte che il bilinguismo porta allo sviluppo di due personalità distinte, una per ogni idioma parlato a livello madrelingua. Ebbene io sostengo, senza alcuna possibilità di probazione scientifica, che tanta inefficienza e lassismo nella politica e nell’amministrazione – e a volte anche nel buon senso, buon senso di cui il cittadino medio, facciamocene una ragione (lo so che tu che mi leggi non ti consideri cittadino medio, tutti pensano di essere eccezioni alle statistiche), è sprovvisto – che anzi molti dei problemi che abitano questo paese siano figli dell’uso di una lingua così permissiva, che permette di dire tutto e il contrario di tutto senza dire poi niente.

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